26 marzo 2020

Coronavirus. India nelle mani del volubile Modi


Inizialmente il partito del primo ministro indicava soluzioni autarchiche contro il diffondersi del contagio. Le cose sembrano cambiate negli ultimi tempi dopo i 492 casi censiti e i nove morti, dati destinati ad aumentare col passare del tempo.




 Il primo ministro indiano Narendra Modi ha annunciato un blocco totale per ventun giorni di tutto il paese. Un miliardo trecento milioni di indiani non potranno uscire di casa in seguito all’imposizione dell’isolamento deciso dal governo. Già nelle strade di molte città indiane stamattina erano comparsi check point della polizia che impediva il transito dei cittadini invitati anche a suon di bastonate a far ritorno nelle loro abitazioni. “Se questo paese non si ferma per ventun giorni, ha spiegato Modi, l’India rischia di tornare indietro di ventun anni”.


Da qualche tempo l’India s’è accorta del pericolo del coronavirus. Se inizialmente i militanti del Bharatiya Janata Party, il Partito del Popolo Indiano del sovranista primo ministro Narendra Modi, indicavano autarchicamente nella medicina tradizionale indiana ogni efficace rimedio contro il diffondersi del contagio, le cose sembrano cambiate negli ultimi tempi dopo i 492 casi censiti e i nove morti, dati destinati ad aumentare col passare del tempo.  Il problema è comunque capire se non sia già troppo tardi, e il virus si sia già potuto spandere nelle campagne portato dal fiume umano che vi si è riversato con ogni mezzo appena s’è diffusa la voce dei provvedimenti restrittivi del governo. 

Per dare un quadro di cosa sta accadendo in tutta la regione, oltre a quelli indiani, devono essere citati gli 873 contagi del Pakistan i 92 dello Sri Lanka, i quaranta dell’Afghanistan, i tredici delle Maldive, i trentatré del Bangladesh, e i due per il momento registrati in Bhutan e Nepal (cifre provvisorie). La diffusione che si sta verificando conferma l’area geografica come ad alto rischio. Vi risiede infatti il venti per cento della popolazione mondiale con dense concentrazioni nelle megalopoli. Tenuto conto che spesso le strutture sanitarie sono carenti se non inesistenti. 

Nei giorni scorsi Narendra Modi ha lanciato un appello agli altri paesi della Saarc, che con l’India raggruppa altre sette nazioni dell’area, invitandoli a cooperare creando un fondo di emergenza con contributi volontari.  Modi ha assicurato di poter fornire medici, kit per i test, attrezzature, attività di formazione online, software per la condivisione di dati, i protocolli finora elaborati per le varie procedure, sanitarie e non. Per il futuro ha proposto una piattaforma di ricerca comune e un confronto tra esperti sulle conseguenze economiche a lungo termine. Anche se con colpevole ritardo, il governo pare deciso di correre ai ripari, e ha avviato una campagna informativa nel paese sulla pericolosità del coronavirus. Da giorni chi usa il proprio telefonino per chiamare deve sentire il messaggio di una voce registrata che l’informa sul rischio del contagio.  Mentre il governo ha ordinato la sospensione di tutti i voli domestici dal 24 marzo per un “periodo indefinito”. Il provvedimento esclude i voli cargo necessari per i rifornimenti. Quanto ai voli internazionali erano già stati sospesi dal 22 al 29 marzo, anche quelli con l’esclusione dei cargo. 

La nuova restrizione sui trasporti nazionali segue le misure riguardanti il blocco fino al 31 marzo di tutti i collegamenti ferroviari per passeggeri, delle tratte autobus interstatali e dei servizi ferroviari metropolitani in tutto il paese. Ordini di chiusura delle attività non essenziali e di permanenza in casa delle persone sono stati emanati al momento in trenta tra i ventinove stati e sette territori che costituiscono l’Unione indiana, e coprono 548 distretti su 728. Il 19 marzo scorso il primo ministro aveva annunciato il “coprifuoco del popolo”, una prova generale di isolamento per domenica 22. In tal modo tutto il paese è stato interessato dalla prima prova generale del lockdown, con tutta la gente invitata a non uscire da casa. Le foto delle trafficate strade e piazze indiane completamente vuote pullulano in rete. Mentre proseguono gli interventi di sanificazione delle strade e le scuole sono state da tempo chiuse, i grandi centri commerciali hanno sospeso di funzionare. È prevedibile che il blocco totale dei movimenti avrà un effetto benefico sugli intollerabili livelli di inquinamento delle grandi metropoli indiane, a cominciare dall’inferno della capitale Delhi. Un beneficio già verificato del resto in Cina. 


“Questa è la stazione di Pune. Pune, tra le aree urbane, ha il più alto numero di casi in India. Questi treni porteranno la gente nelle zone rurali remote dell’India dove sono al minino le strutture sanitarie e la capacità di eseguire test #CoVid19. Ditemi ancora una volta: perché non siamo ancora nel lockdown?”


La stretta in atto riguarda anche l’attività politica. È notizia di oggi che la Commissione elettorale (Eci) ha deciso il rinvio delle elezioni per il rinnovo parziale del Consiglio degli Stati (Rajya Sabha), la camera alta del parlamento federale, che erano state programmate per il 26 marzo. Viene quindi rimandata ad altra data la consultazione per assegnare diciotto seggi in Andhra Pradesh, Gujarat, Madhya Pradesh, Rajasthan, Jharkhand, Meghalaya e Manipur.
La situazione di emergenza sanitaria pubblica ha suggerito di evitare le possibilità di incontri di qualsiasi natura che espongono a possibili rischi per la salute. Dal momento che le elezioni comportano il riunirsi di funzionari elettorali, militanti di partiti politici, funzionari di supporto e membri delle rispettive assemblee legislative. In attesa degli sviluppi, la situazione verrà esaminata nuovamente a fine mese. Mentre sono annunciate misure di alleggerimento fiscale, s’attende un nuovo discorso del primo ministro Narendra Modi probabilmente in serata.

foto di apertura: - teleconferenza stampa del primo ministro Narendra Modi

altre foto: - Turisti stranieri incontrano ostilità in India mentre cresce il panico per il  coronavirus

               -  Poliziotti allontanano trasgressori del blocco totale per le strade


* da ytaly.com – 24 marzo 2020

24 marzo 2020

India: formazione vs sfruttamento


di Alessandro Graziadei *
 
Nonostante l’enorme sviluppo economico dell’India nel 2020 la povertà è ancora un problema cruciale per il Governo di Nuova Delhi visto che quasi il 22% della popolazione, circa 284 milioni di indiani che abitano per lo più nelle zone rurali, vive in condizioni economiche precarie. Un altro 40% vive situazioni molto critiche e oltre il 20%, più di 258 milioni di persone, non riesce a procurarsi le 2.000 kcal al giorno necessarie per scongiurare il rischio della malnutrizione cronica. In particolare, secondo un recente rapporto della Oxford Poverty and Human Development Initiative, circa il 31% dei bambini poveri a livello mondiale vive in India. Il problema della povertà in India ha effetti drammatici sullo sfruttamento minorile e sull’istruzione principalmente delle giovani donne, una piaga che nello stato indiano del West Bengal sta progressivamente peggiorando visto che negli ultimi anni il numero di ragazze che hanno abbandonato la scuola prima ai sette anni di età invece che diminuire è salito di circa due milioni ogni anno e il traffico di esseri umani, secondo i dati del National Crime Record Bureau, coinvolge più di 10.000 persone all’anno. La maggior parte di queste donne soggette a tratta sono bambine o ragazze che vengono sfruttate nei bordelli indiani o vendute come schiave domestiche o come giovani mogli in paesi stranieri. 

I trafficanti di esseri umani nel West Bengal hanno vita facile visto che le piantagioni di tè del Bengala nascondono spesso gravi violazioni dei diritti umani. Quest’area rurale è soggetta a forte migrazione da altri territori indiani, dove la popolazione giunge in cerca di impieghi più remunerativi. Qui le organizzazioni della società civile che combattono il traffico di esseri umani riportano che almeno 400 ragazze vengono trafficate ogni anno dalle piantagioni. Gli sfruttatori, non a caso, prediligono le aree dove fame e povertà sono più elevate, piuttosto che le località dotate di scuole e strutture sanitarie. Per questo una scuola salesiana il Salesian College di Sonada del Darjeeling, nel West Bengal, ha stipulato un accordo con l’azienda di tè Rimpocha Tea di proprietà di Rajah Banerjee, con sede a Siliguri, con l’obiettivo di prevenire il traffico di donne sfruttate nelle piantagioni grazie a corsi di formazione per ragazze adolescenti a rischio. L’istituto cattolico è situato nel villaggio di Gorabari ed è stato fondato nel 1938. Oltre il 95% dei suoi studenti proviene dalle colline del Darjeeling, note in tutto il mondo per la qualità delle foglie di tè che qui viene prodotto. Nel distretto si trovano almeno 83 piantagioni di tè, disseminate su un’area di 190 km quadrati e capaci di dare lavoro a più di 52mila persone, tra raccoglitori e trasformatori delle foglie. 

Per padre George Thadathil, preside della scuola, “L’educazione e la formazione delle competenze sono l’unica soluzione per evitare che le ragazze diventino preda di trafficanti di esseri umani, che le seducono con false promesse di guadagni veloci e un futuro migliore”. Una tesi sposata in pieno da Banerjee che discende da una lunga dinastia di coltivatori di tè del Darjeeling ed è uno dei pionieri dell’agricoltura biologica e sostenibile nella regione. Per lui “Rimpocha non è solo tè, ma anche una filosofia di vita che si basa su cinque pilastri di sostenibilità: terreno sano, donne economicamente indipendenti, concime biodinamico e combustibile dalle vacche sacre, prezzi giusti e il sostegno ai coltivatori emarginati attraverso l'assistenza tecnologica nella vendita diretta dei loro prodotti”. La scuola salesiana in questo modo potrà contribuire allo sviluppo del Paese, non solo con questo nuovo percorso di formazione e avviamento ad un lavoro che risponde ai criteri del commercio equo e solidale, ma anche con il sostegno a famiglie, giovani e malati che negli anni ha caratterizzato l’impegno di questo tipo di scuola. Una goccia nel mare, ma importante per il futuro di centinaia di ragazze nate nella quarta potenza economica a livello mondiale, ma in una “potenza” caratterizzata, forse proprio per via di questo sviluppo scorsoio, da un ampio divario culturale ed economico che ha reso il 30% della popolazione disoccupato, analfabeta o privo di una qualsiasi istruzione.

A combattere questa situazione si impegna da 50’anni anche la St. Joseph’s High School di Alipurduar, nel distretto di Jalpaiguri, sempre in West Bengal. La scuola cattolica di St. Joseph, riservata a studenti maschi, è nata nel piccolo villaggio di Damanpur, alle pendici dell’Himalaya e sotto la guida di padre Eduardo Tagliabue è diventata la prima scuola di tutta la regione e ha registrato un progressivo aumento delle iscrizioni. Per monsignor Vincent Aind, che qui ha studiato, “Eravamo giovani e poveri, in maggioranza tribali e indù che abitavano nei villaggi vicini e la scuola è stata la nostra unica opportunità per cambiare un destino di sfruttamento già scritto”. La scuola in seguito è stata affidata alla diocesi di Jalpaiguri, secondo le indicazioni del Pime che vuole sviluppare le comunità, per poi consegnarle alla Chiesa locale. Oggi il numero di studenti è di circa 700 e come ricorda Aind rispetta la filosofia delle sue origini: “Qui i missionari hanno voluto una scuola non solo per i cristiani, ma per tutte le religioni. Insegnavano e insegnano a tutti l’etica e la moralità. Lo scopo è cambiare la società e migliorare la vita dei ragazzi, nn evangelizzare”. Un’altra goccia nel mare di quest’India che cerca di sconfiggere lo sfruttamento con l’istruzione.

 * da unimondo.org – 20 marzo 2020   -   Foto: Asianews.it