11 febbraio 2015

La posta in gioco



di Guido Viale *

A due settimane dalla vittoria elettorale di Syriza i termini dello scontro tra il nuovo Governo greco e l’Unione Europea si delineano con chiarezza. Non è solo scontro tra dottrine e politiche economiche diverse: una favorevole alla spesa pubblica, l’altra attaccata all’austerity. E meno che mai un confronto tra euro sì ed  euro no. In questa vicenda l’economia ha ceduto il posto alla politica; anzi, a  un puro rapporto di forze. Non è nemmeno, anche se così ci avviciniamo al nucleo del contendere, un confronto tra una politica che mette al centro  le persone e una politica incentrata sul denaro. In gioco c’è l’accettazione o il rifiuto del dominio incontrastato di chi ha il denaro su chi denaro non ne ha: quel dominio che Marx chiama Capitale, ben sapendo che esso è un rapporto sociale, le cui poste sono la ripartizione del reddito tra salari e profitti (nelle loro varie forme), modi e tempi del lavoro, accesso ai servizi sociali, appropriazione di tutto l’esistente: risorse naturali, vita associata, servizi pubblici, sapere, genoma, salute.

Il problema non è se la Grecia restituirà o no il debito che i suoi governanti hanno contratto per suo conto, come cercano di farci credere gli apologeti della finanza, spiegandoci che a pagare per i Greci rischiamo di essere noi. E’ chiaro che quel debito “i Greci” non lo pagheranno mai: non hanno il denaro per farlo ora; non lo avranno nemmeno in futuro; per almeno una generazione. Lo sanno tutti. Ma a chi tiene i cordoni della borsa questo non interessa: basta che quel debito sia registrato nelle scritture contabili e che tutti - creditori e debitori – si inchinino di fronte al suo potere. Perché è con quelle scritture contabili che gli “gnomi” della finanza possono mandare in rovina, in 24 ore, un intero popolo per diverse generazioni. Se e finché quel potere verrà loro riconosciuto. Ma disconoscerlo non è facile. E mette paura. Soprattutto se a disconoscerlo si rimane da soli.

Anche il confine tra creditori e debitori, peraltro, è tutt’altro che netto. Prendete l’Italia. Ufficialmente è creditrice della Grecia per 40 miliardi, prestati attraverso il, BCE, FMI e Fondo salva-stati. Peccato che per prestare quel denaro alla Grecia con il Fondo salva-stati, il nostro paese si sia indebitato di altrettanti miliardi, andati ad aggiungersi alla montagna del suo debito pubblico: tanto grande da metterla a rischio di fare la stessa fine della Grecia. Ma è così per tutti: il debito è come una serie di scatole cinesi, una dentro l’altra, di cui, soprattutto in Europa - dove non esiste più una Banca centrale “prestatore di ultima istanza” - non si intravvede la fine. Chi detiene il debito dell’Italia? Banche, assicurazioni e fondi speculativi (più qualche piccolo risparmiatore). Ma banche e speculatori hanno acquistato quel debito facendo altri debiti. E questi chi li detiene? Altre banche, altri fondi, altri speculatori. E così di seguito, fino a che non si incappa in un pugno di riccastri (l’1 per cento – o forse per mille - della popolazione mondiale) che non sarebbero mai diventati tali senza essere ben inseriti in questo marchingegno; e in un esercito di polli pronti per essere spennati. Che, per svolgere normali attività di compravendita, o per garantirsi cure mediche, vecchiaia e istruzione, hanno affidato i loro risparmi a quegli operatori. I quali, grazie alla mancanza di controlli, hanno riescono a moltiplicare quel denaro a loro esclusivo vantaggio. Sono loro, ora, i “prestatori di ultima istanza”: quelli che hanno il coltello dalla parte del manico. Ma è un sistema tanto più fragile quanto più è macchinoso. Un granello di sabbia potrebbe farlo cadere rovinosamente, come sette anni fa con il fallimento Lehman Brothers. Ma cadere da che parte? Verso un regime ancora più autoritario, o verso una società che impara a governarsi da sola?

Messa in questi termini, si capisce la durezza di governi e autorità europee contro il programma di Syriza. In gioco c’è proprio quel marchingegno, da cui dipende il destino dell’Europa così come è ora; e forse anche gran parte dei rapporti tra le classi sociali e tra la società e l’ambiente in tutto il mondo. Se il governo Greco riuscirà a “spuntarla” è perché mandarlo in malora rischia di far crollare il castello su cui è costruito il potere di tanti governi fattisi tramite degli interessi dell’alta finanza. E rischia di innescare un “effetto domino” capace di risucchiare dentro un grande buco nero tutti i paesi più fragili dell’Unione Europea, per arrivare poi a coinvolgere, uno dietro l’altro anche quelli più solidi. Ma se il Governo greco la spunterà, sarà anche e soprattutto per l’appoggio che riceverà da una mobilitazione che può e deve coinvolgere l’Europa intera. Per questo è così importante la mobilitazione di sabato prossimo a sostegno del popolo e del governo greco!

Non sarebbe una vittoria da poco; sarebbe la dimostrazione pratica che l’autorganizzazione di base e il mutuo sostegno pagano: che le farmacie e gli ambulatori aperti dal volontariato, le mense popolari, le cooperative e i farmers market ( i GAS), la televisione di Stato che ha continuato a trasmettere su basi volontarie dopo la sua chiusura, le fabbriche autogestite, le monete alternative locali, e tutte quelle iniziative appoggiando e promuovendo le quali Syriza è diventata maggioranza possono essere l’inizio di una riorganizzazione dei rapporti sociali: un’organizzazione incentrata non più sul potere del denaro, ma sui bisogni delle persone.
Questa è la vera posta in gioco dello scontro in atto. Le autorità europee non escludono certo nuove forme di “aiuto” finanziario per le casse esauste del governo e delle banche greche; a condizione, però, che venga rinnegato quel sostegno a una popolazione esausta, a un’occupazione ridotta ai minimi termini, ai bisogni più elementari della gente; cioè al programma che l’elettorato ha votato per far valere la propria dignità.

Concedere qualcosa in termini finanziari a un governo in crisi non costa molto: è solo un trasferimento di qualche posta da un capitolo all’altro dei bilanci delle parti in causa. Ma concedere qualcosa oggi alla Grecia che si è ribellata al giogo della finanza costerebbe molto: sarebbe il segno che,  se si vogliono ricostituire le basi di una convivenza civile, si può e si deve fare a meno di “loro” anche in ogni altro paese. Le premesse ci sono tutte e in Spagna con Podemos, o in Croazia con “Barriera umana”, già si intravvedono forze che, ciascuna a modo suo, si sono messe sulla strada che ha portato Syriza al governo.

E in Italia? Premesse ce ne sono anche qui. Anzi, forse non c’è un altro paese europeo che abbia una ricchezza e una varietà di lotte, di movimenti, di comitati, di associazioni, di mobilitazioni, di iniziative grande come da noi. Ma in nessun altro paese la possibilità di queste forze di rappresentarsi politicamente è così compressa e dispersa. Soprattutto dal bisogno di autoperpetuarsi dei tanti partiti “di sinistra”,  incapaci di quel passo indietro che tante volte si sono impegnati a fare e che mai – nemmeno ora – sembrano capaci di attuare: per non perdere quei piccoli poteri che ricavano, soprattutto a livello locale, di una consolidata subalternità al PD. Ma i tempi sono ormai maturi per la comparsa di una realtà nuova, mentre le responsabilità di chi impone questo stallo sono sempre più gravi.

* da  Il manifesto, 11 febbraio 2015

8 febbraio 2015

Guerra a Cosa nostra




IL TESTO CHE NICOLA GRATTERI HA CONSEGNATO A RENZI PREVEDE CARCERE FINO A 30 ANNI PER I BOSS, PROCESSI PIÙ VELOCI, INTERCETTAZIONI ALL’ESTERO, CONFISCA OBBLIGATORIA DEI PATRIMONI E INASPRIMENTO DELLE PENE

E ancora: la riforma della polizia penitenziaria, la possibilità di utilizzare agenti dei servizi per infiltrare le cosche, una nuova agenzia nazionale per la gestione dei beni sottratti alle mafie guidata da un manager - Sul fronte dei processi, poi, sarà prevista l’uso delle videoconferenze: una novità che farà risparmiare circa 70 milioni l’anno…
di Giuseppe Baldessarro *

 Carcere fino a 30 anni per i capimafia, confisca obbligatoria dei patrimoni, processi più snelli, una nuova agenzia nazionale per la gestione dei beni sottratti alle mafie guidata da un manager e intercettazioni anche all’estero. E ancora: la riforma della polizia penitenziaria, l’inasprimento delle pene per i reati ambientali e la possibilità di utilizzare agenti dei servizi per infiltrare le cosche. È questo il cuore della relazione di 266 pagine che Nicola Gratteri, coordinatore del gruppo di lavoro per la riforma delle norme contro la criminalità organizzata, ha consegnato al Governo. Un testo che l’esecutivo è pronto a trasformare in un disegno di legge o addirittura in un decreto. Il documento, depositato all’Ufficio legislativo di Palazzo Chigi e consegnata al sottosegretario Graziano Delrio, ogni tema viene affrontato con alcune pagine di spiegazione generale a cui seguono delle vere e proprie schede operative divise in due parti.


Si parte con l’inasprimento delle pene per i reati previsti dal 416 bis che saranno superiori o equiparate a quelle previste per i narcotrafficanti, arrivando a punire chi dirige un clan, dunque i boss, con pene che vanno fino a 30 anni di reclusione. Aumentata anche la pena minima per gli affiliati semplici da punire con “non meno di 12 anni”. La nuova norma prevede inoltre la confisca “obbligatoria” dei patrimoni frutto del malaffare, da estendere anche ad eventuali complici e soci. Novità anche sul fronte delle intercettazioni - che potranno essere fatte anche all’estero - e della polizia giudiziaria. In questo senso è previsto, oltre a una più stretta collaborazione con i servizi segreti, l’utilizzo di uomini delle forze dell’ordine da infiltrare nelle cosche con modalità operative nuove (c’è ad esempio la possibilità di portare armi con matricola abrasa).


 Sul fronte dei processi, poi, sarà prevista l’uso delle videoconferenze: una novità che farà risparmiare circa 70 milioni l’anno, attualmente spesi per gli trasferimenti dei detenuti. Per snellire i processi la commissione pre- che, ad esempio, le eccezioni preliminari (che di solito occupano due o tre udienze) debbano essere presentate dalle difese una settimana prima della prima udienza in maniera tale da essere valutate per tempo da pm e giudici in anticipo rispetto all’inizio del procedimento. Niente più carte per i difensori che potranno ritirare tutti gli atti del processo digitalizzati direttamente nelle cancellerie delle procure. La polizia penitenziaria, sgravata di alcune incombenze, avrà compiti nuovi. Dovrà infatti dotarsi di un ufficio scorte per la sicurezza dei palazzi a rischio (tribunali, procure, ecc.) e sarà chiamata ad occuparsi in via esclusiva di pentiti e collaboratori di giustizia. Sarà riformata anche l’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati alle mafie che attualmente si trova a Reggio Calabria. Avrà una sede unica a Roma. Sarà guidata da un manager e dotata di personale selezionato con bandi e concorsi pubblici. Altro settore rivoluzionato sarà quello dei crimini contro l’ambiente, che saranno considerati tutti reati penali puniti con il carcere. 


Novità anche sulle intercettazioni. La nuova norma mette sullo stesso piano le intercettazioni svolte per i reati ordinari e quelle per i reati di mafia prolungandone i decreti da 20 a 40 giorni. Ci sarà poi una stretta per la pubblicazione delle intercettazioni. Non sarà più possibile pubblicare quelle che non siano “strettamente legate al capo d’imputazione”. Secondo gli estensori della proposta deve esserci un argine tra ciò che appartiene alla vita privata delle persone indagate e quello che è invece collegato al reato e quindi di interesse pubblico.


Nicola Gratteri è coordinatore del gruppo di lavoro per la riforma delle norme contro la criminalità organizzata


·        *  da dagospia.com  - fonte: La Repubblica          8 febbraio  2015

4 febbraio 2015

Podemos: La sinistra concreta nel giorno della balena bianca


Poiché va molto di moda parlare dell’esperienza di “Podemos”, la nuova sinistra spagnola, e poiché mi sembra evidente che sia importante
per la propria immagine parlarne (fingendo di saperne) vale la pena leggere questo discorso di Pablo Iglesias pronunciato durante un’assemblea ( di Giulio Cavalli da www.giuliocavalli.net )


So molto bene che la chiave per comprendere la storia degli ultimi cinque secoli è la formazione di specifiche categorie sociali, chiamate “classi”; è per questo che vorrei raccontarvi un aneddoto. Quando il movimento 15-M ebbe inizio, alla Puerta del Sol, alcuni studenti del mio dipartimento, il dipartimento di scienze politiche, studenti molto politicizzati – avevano letto Marx, avevano letto Lenin – parteciparono per la prima volta nella loro vita a iniziative politiche con persone normali.
Si disperarono. “Non capiscono niente! Proviamo a dirglielo, voi siete proletari, anche se non lo sapete!” Le persone li guardavano come se venissero da un altro pianeta. E gli studenti tornavano a casa depressi, dicendo “non capiscono niente”.
Gli avrei voluto rispondere: “Non capite che il problema siete voi? Che la politica non ha nulla a che fare con l’avere ragione, ma con il riuscire?” Voi potete fare le migliori analisi, comprendere le chiavi di lettura dello sviluppo economico a partire dal sedicesimo secolo, capire che il materialismo storico è la via da seguire per capire i processi sociali. E dopo di questo, cos’è che fate? Urlate a quelle persone “siete proletari e nemmeno ve ne rendete conto”?
Il nemico non farebbe altro che ridervi in faccia. Potete indossare una maglietta con falce e martello. Potete persino portare un enorme bandiera rossa, e tornarvene a casa con la vostra bandiera, il tutto mentre il nemico continua a ridervi in faccia. Perché le persone, i lavoratori, continuano a preferire il nemico a voi. Gli credono. Lo capiscono quando parla. Mentre non capiscono voi. E probabilmente voi avete ragione! Probabilmente potreste chiedere ai vostri figli di scrivere sulla vostra lapide: “Aveva sempre ragione – ma nessuno lo seppe mai”.
Quando si studiano i movimenti rivoluzionari di successo, si può notare con facilità che la chiave per riuscire è lo stabilire una certa convergenza tra le proprie analisi e il sentire comune della maggioranza. E questo è molto difficile. Perché implica il superamento delle contraddizioni.

Pensate che avrei qualche problema ideologico nei confronti di uno sciopero selvaggio di 48, di 72 ore? Neanche per idea! Il problema è che l’organizzare uno sciopero non ha nulla a che fare con quanto grande sia il desiderio mio e vostro di farlo. Ha a che fare con la forza dei sindacati, e sia io che voi siamo insignificanti in materia.
Voi e io possiamo desiderare che la terra sia un paradiso per l’umanità intera. Possiamo desiderare quello che vogliamo, e scriverlo su una maglietta. Ma la politica è una questione di rapporti di forza, non di desideri o di quel che ci diciamo in assemblea. In questo paese ci sono solamente due sindacati che hanno la capacità di organizzare uno sciopero generale: la CCOO e la UGT. Mi piacciono? No. Ma così è come stanno le cose, e organizzare uno sciopero generale è molto difficile.
Ho partecipato ai picchettaggi davanti ai depositi degli autobus a Madrid. Le persone che erano lì, all’alba, sapete dove dovevano andare? A lavoro. Non erano crumiri. Ma sarebbero stati cacciati dal loro posto di lavoro, perché lì non c’erano sindacati a difenderli. Perché i lavoratori che possono difendersi da soli, come quelli nei cantieri navali o nelle miniere, hanno sindacati forti. Ma i ragazzi che lavorano come venditori telefonici, o nelle pizzerie, o le ragazze che lavorano nel commercio al dettaglio, non possono difendersi.
Sarebbero segati immediatamente il giorno dopo lo sciopero. E voi non sarete lì, e io non sarò lì, e nessun sindacato sarà lì per sedersi col capo e dirgli: faresti meglio a non far fuori questa persona perché ha esercitato il diritto di sciopero, perché pagherai un prezzo per questo. Questo non succede, non importa quanto entusiasmo possiamo avere.

La politica non è ciò che io o voi vogliamo che sia. È ciò che è, ed è terribile. Terribile. Ed è per questo motivo che dobbiamo parlare di unità popolare, ed essere umili. A volte dovrete parlare con persone cui non piacerà il vostro linguaggio, con le quali i concetti che voi usate non faranno presa. Cosa possiamo capire da questo? Che stiamo venendo sconfitti da parecchi anni. Il perdere tutte le volte implica esattamente ciò: implica che il “senso comune” sia differente [da ciò che noi pensiamo sia giusto]. Ma non è nulla di nuovo. I rivoluzionari lo hanno sempre saputo. L’obiettivo è riuscire nel deviare il “senso comune” verso una direzione di cambiamento.
César Rendulues, un tipo molto acuto, afferma che la maggior parte delle persone sono contro il capitalismo ma non lo sanno. La maggior parte delle persone difende il femminismo anche se non ha mai letto Judith Butler o Simone de Beauvoir. Ogni volta che voi vedete un padre fare i piatti o giocare con suo figlio, o un nonno spiegare a suo nipote di condividere i suoi giocattoli, c’è più trasformazione sociale in questi piccoli episodi che in tutte le bandiere rosse che potete portare ad una manifestazione. E se falliamo nel comprendere che queste cose possono servire come fattori unificanti, loro continueranno a riderci in faccia.
Quello è il modo in cui il nemico ci vuole. Ci vuole piccoli, mentre parliamo un linguaggio che nessuno capisce, fra di noi, mentre ci nascondiamo dietro i nostri simboli tradizionali. È deliziato da tutto ciò, perché sa che finché continueremo ad essere così, non saremo mai pericolosi.

Possiamo avere toni davvero radicali, dire che vogliamo organizzare uno sciopero selvaggio, parlare di popolo armato, brandire simboli, portare ritratti dei grandi rivoluzionari alle nostre manifestazioni – loro ne saranno deliziati! Ci rideranno in faccia. È quando metterete insieme centinaia, migliaia di persone, quando inizierete a convincere la maggioranza, persino quelli che votavano per il nemico – è in quel momento che inizieranno a spaventarsi. E questo è quel che è chiamata “politica”. Quello che abbiamo bisogno di capire.
C’era un compagno qui che parlava dei Soviet del 1905. C’era un tizio calvo e col pizzetto – un genio. Egli intuì l’analisi concreta della situazione concreta. In tempo di guerra, nel 1917, quando il regime russo era sull’orlo del collasso, disse una cosa molto semplice ai russi, fossero essi soldati, contadini o lavoratori. Egli disse: “Pane e pace”.
E quando disse “pane e pace”, che era ciò che tutti volevano – che la guerra finisse e che si potesse avere abbastanza da mangiare – molti russi che non sapevano neppure se fossero di “destra”o di “sinistra”, ma sapevano di essere affamati, dissero: “Il tizio calvo ha ragione”. E il tizio calvo fece molto bene. Non parlò ai russi di “materialismo dialettico”, gli parlò di “pane e pace”. E questa è una delle lezioni più importanti del ventesimo secolo.

Cercare di trasformare la società scimmiottando la storia, scimmiottando i simboli, è ridicolo. La strada non è quella di ripetere le esperienze di altri paesi, eventi storici del passato. La strada è quella di analizzare i processi, le lezioni della storia. E comprendere in ogni momento della storia che il “pane e pace”, se non è connesso a ciò che le persone sentono e provano, è giusto una ripetizione, come farsa, di una tragica vittoria del passato.


1 febbraio 2015

27 gennaio 2015

Italicum: da oggi siamo tutti meno liberi


di Massimo Marino


Il Senato ha approvato oggi (184 sì, 66 contrari e 2 astenuti ) con il voto favorevole di PD e Forza Italia ( e la provvisoria appendice di Alfano) la più vergognosa legge truffa che mai nessuno in Europa ha avuto il coraggio di proporre nel dopoguerra. Difficile paragonarla alla legge fascista di Mussolini (la famosa legge Acerbo ) con la quale venne azzerata la democrazia rappresentativa nel voto e che spianò la strada all'avvento del fascismo, che manteneva però alcune garanzie alle opposizioni che sono assenti in questo testo. Con questa legge, praticamente incompresa dal 99% degli italiani, il partito che prende un voto in più del secondo ( non importa se ha preso il 50 o il 25 o il 15% ) ottiene il 55 o 53% dei seggi alla Camera e potrà governare da solo. Se non otterrà ( come coalizione !) il 40% al primo turno, il partito vincente otterrà comunque il 53% al secondo turno nel ballottaggio con la coalizione arrivata seconda. 


Il voto ha sanzionato la definitiva nascita del nuovo partito trasversale ( una vera innovazione all'italiana) fondato da Renzi  e Berlusconi , il cosiddetto partito del Nazareno con il quale ormai quotidianamente Forza Italia garantisce alla bisogna la maggioranza al PD in ogni occasione su tutte le ''riforme''  di smantellamento della Costituzione, delle regole elettorali  e di tutta la legislazione di rilievo. 

Il meccanismo messo a punto dal nuovo partito, ben congegnato e reso pressoché  incomprensibile agli elettori, ha come primo obiettivo di rendere impossibile qualunque ruolo di rilievo al M5S ( o ad altre forze rilevanti che possano crescere nel paese)  nel prossimo Parlamento.


E' già previsto che al momento delle prossime elezioni il partitino di Alfano , oggi momentaneo alleato di Renzi, si ricongiunga a Forza Italia in modo che, nel caso di ballottaggio, non sia il M5S ( oggi secondo partito) ma sia il cosiddetto centrodestra, rapidamente riaggregato alla bisogna per l'occasione in un'unica coalizione, a partecipare al ballottaggio lasciando Grillo ( incapace di costruire alleanze) nell'angolino.


Fra i vari capolavori del testo due in particolare vanno chiariti. E' stato abbassato dall'8% al 3%  il quorum per ottenere degli eletti. Apparentemente si tratta di una garanzia per i partitini minori , ad esempio SEL e NCD o altri , che nel caso stessero nelle due coalizioni protagoniste dell'accordo pur non raggiungendo il 3% contribuirebbero all'obiettivo del 40% che darebbe il 55% degli eletti al solo partito vincente.  L'abbassamento del quorum ( che in molti paesi è definito attorno al 5% almeno)  in realtà ha un secondo fine: quello di favorire la frammentazione e scoraggiare aggregazioni rilevanti sia alla sinistra del PD che alla destra di Forza Italia mantenendo così una forzosa supremazia dei due nazareni.


L'obiettivo inconfessabile dell'accordo Renzi-Berlusconi  riguarda anche la neutralizzazione a proprio favore delle tendenze astensioniste e del voto di protesta. Con il meccanismo ultramaggioritario definito si annulla di fatto il voto espresso da alcuni milioni di elettori . Nel caso di successo al primo turno ( il 40%)  almeno 4-5 milioni,  il cui voto verrebbe reso nullo  e ''girato''  praticamente al partito antagonista a quello scelto dall'elettore. Nel caso di ballottaggio si arriverebbe al probabile risultato che, in presenza di tre poli di rilievo, che è più o meno la situazione che si presenterà,  parecchi milioni di elettori del terzo polo escluso dal ballottaggio, presumibilmente quelli del M5S, non potrebbero che scegliere di starsene a casa o di votare una delle due coalizioni che con questo testo li ha praticamente resi ininfluenti. Molti esperti delle tecniche elettorali valutano che, in caso di ballottaggio, difficilmente si supererebbe i 20-25 milioni di votanti sui 50 circa che hanno ( anzi avevano ) diritto di voto. 


Va segnalato nel voto di oggi il patetico comportamento della cosiddetta sinistra PD. Critici sul testo su aspetti del tutto marginali, come quello dei capilista bloccati, preoccupati più che altro di garantirsi qualche spazio di rielezione, non hanno votato contro ma hanno scelto di non partecipare al voto uscendo dall'aula ( erano 24 pressoché tutti del PD). Secondo il regolamento del Senato la loro uscita, peraltro ininfluente sul risultato data la larga maggioranza favorevole data da PD e Forza Italia, ha però abbassato il quorum permettendo alla Ministra Boschi di dichiarare che i voti del solo gruppo  PD sarebbero stati sufficienti comunque per l'approvazione. 


Per finire la pena il gruppetto residuo di Vendola (SEL) per il quale si potrebbe coniare un nuovo detto popolare : quello di tenere un piede non in due ma più abilmente in tre scarpe. Hanno votato contro.  Tuona Repubblica ''SEL ha puntato il dito contro governo e maggioranza parlando di "metodo indegno" raggiunto "a colpi di imbrogli e trucchi". Nei giorni scorsi Vendola è improvvisamente ricomparso in prima linea sull'onda del voto in Grecia, diventando improvvisamente ( e provvisoriamente ) il mentore italiano di Tsipras. Fino alle elezioni europee Vendola si dichiarava in procinto di aderire alla componente europea dei Democratici ( quella di PD, Hollande, Pasok greco, etc ) e non a quella della Linke a cui fa riferimento Tsipras. Ultimamente sul palco con Fassina, Civati, etc ,tutti per un attimo sostenitori di Tsipras, ha inventato l'ipotesi, di pannelliana memoria, della doppia ( o forse tripla ?) tessera.
Nel frattempo però,  lontano dai riflettori, si è dispiegata un offensiva all'esterno e all'interno dell'area dell'Altra Europa ( la lista con una nascita travagliata che alle elezioni europee ha ottenuto i suoi  tre eletti , tra i quali Barbara Spinelli, nel nome della Linke e di Tsipras). La lista è da mesi di fatto in stand-by  non essendo chiaro a chi serve. L'offensiva di fatto opera   per sbarazzarsene ( o renderla muta)  essendo diventata uno scomodo ingombro, di cui liberarsi al più presto,  per i grandi, soliti, vecchi attori della ennesima rifondazione della sinistra, che alle europee erano stati per un momento messi di lato permettendo alla lista di raggiungere il 4%. Chi sembra nel mirino sono le componenti interne migliori, ad esempio Viale, ma forse  anche altri con ruoli significativi sul piano istituzionale.
E' utile ricordare che, come già avvenuto nelle recenti elezioni dell'Emilia Romagna, dove SEL in coalizione con il PD si è contrapposta di fatto alla lista L'altra Emilia Romagna , lo stesso avverrà nelle otto regioni che nella prossima primavera andranno al voto.
Vendola e SEL, sull'orlo della irrilevanza, rispondono bene al detto del vecchio Cohn Bendit: ''sono d'accordo che serva nominare un Re, pongo solo una piccola condizione per discuterne : che sia io''. 


Per chiudere in bellezza questo rancoroso articolo:  Repubblica. Il giornale che meglio rappresenta questo strano regime postmoderno all'italiana, nello spiegare ( si fa per dire)  ai suoi lettori che cosa è la più ultramaggioritaria legge elettorale mai concepita  in Europa inizia la sua ''scheda'' ( praticamente un arma di distrazione di massa dei suoi lettori ) affermando che l'Italicum è una legge elettorale di tipo proporzionale.  Vedere per credere.  


Suma bin ciapà ( ''siamo ben messi'' in piemontese )