11 febbraio 2018

Turchia e Afrin: Bombe su cliniche e villaggi. Ma il popolo di Afrin resiste



Rojava. Reportage dalla regione curda sotto attacco turco. Le voci dal cantone assediato da Ankara: «I 150 morti sono civili uccisi nelle loro abitazioni» 




Il 4 febbraio lo slogan «Biji Berxwedana Efrîne» risuonava nella città di Afrin, Siria nord-occidentale. Nel viale principale della città 100mila persone hanno manifestato contro l’attacco militare delle Turchia e in sostegno alla resistenza delle Forze Siriane Democratiche (Sdf) guidate dalle Ypg/Ypj (Unità di protezione del popolo e Unità di protezione delle donne).



«Le Ypg/Ypj e le Sdf siamo noi, è il popolo», dicono dal microfono. E il clima che si respira è quello di una resistenza di popolo. Quasi tutte le famiglie hanno parenti e amici che stanno combattendo e i giovani che non sono entrati nelle forze militari si rendono disponibili per dare sostegno nelle retrovie. Ad esempio aiutando la croce rossa curda a soccorrere i feriti.

Da 21 giorni questo fazzoletto di terra abitato da un milione di persone sta resistendo contro il secondo esercito della Nato: tutta la tecnologia della guerra, dai cacciabombardieri ai tank di ultima generazione contro un esercito popolare armato di kalashnikov, pochi mezzi blindati e qualche mitragliatrice pesante. Molti villaggi vicini al fronte sono completamente distrutti e sono stati evacuati, così come le cittadine di Reco e Bilbil, per ragioni di sicurezza. Invece a Cindirese gran parte degli abitanti è intenzionata a non andarsene nonostante i bombardamenti. La popolazione evacuata si concentra principalmente nella città di Afrin, ma non scappa dal cantone: «Non ho paura. Dove dovremmo andare? Questa è la nostra terra e qua moriremo», dice un’anziana. Tanti rispondono in maniera simile. Come il padre di tre bambini: «Se vengono resistiamo. Anche mia moglie sa usare il kalashnikov».


Dove i bombardamenti non arrivano la vita quotidiana scorre regolare. Le forniture di acqua e corrente elettrica per alcune ore al giorno (perché prodotte da generatori a gasolio) sono in mano alle istituzioni del cantone e quindi immutate. La connessione internet per la rete fissa, invece, arriva dalla Turchia ed è stata tagliata. La rete mobile funziona ma è molto debole e disturbata. Chi può ospita in casa gli sfollati e le comuni di quartiere provvedono al supporto logistico. Migliaia di persone ogni giovedì partecipano ai funerali dei martiri caduti, seppelliscono i propri morti circondati dall’incessante rumore dei raid. Solo una grande determinazione lo rende possibile. Il conteggio delle vittime civili è di 150 morti e 354 feriti (dati del Consiglio della Salute del Cantone di Afrin): «Non sono civili che vanno al fronte. Sono persone principalmente uccise nelle proprie case dai bombardamenti», dice Beritan, curda attivista del movimento giovanile.


A Reco, Cindirese e Bilbil sono stati colpiti anche i centri di pronto soccorso della croce rossa curda. Un operatore, arrivato da Qamishlo prima degli attacchi, dice: «La nostra postazione è stato colpita e distrutta, ma il nostro lavoro continua e non ci fermeremo». Il 28 gennaio nel campo profughi Robar dei rifugiati da Tabqa e Raqqa una bomba ha ucciso sette persone e ne ha ferite dieci. Ciò che si domandano tutti è che cosa dicano i popoli da «fuori», in Europa. La fiducia negli Stati non è diffusa, l’esperienza ha insegnato che quelli che non sono dittature hanno comunque contribuito a portare la guerra o a finanziare i gruppi islamisti. D’altronde la rivoluzione nella Siria del Nord è proprio una proposta di organizzazione della società alternativa al modello statuale. È invece diffusa la fiducia nell’«umanità», la speranza che gli altri popoli dicano o facciano qualcosa in sostegno di Afrin. L’arrivo a fine gennaio di un’unità Ypg di combattenti internazionali, tra cui degli italiani, è stata una notizia sulla bocca di tutti.


Il 6 febbraio una carovana di 5mila persone dalle altre regioni della Federazione della Siria del Nord (Cizire, Kobane, Minbij, Tabqa e Raqqa) è riuscita ad arrivare ad Afrin. Le strade della città sono state di nuovo invase dalla folla, stavolta in festa, caroselli di auto e moto con bandiere delle Ypg/Ypj e delle Sdf. L’obiettivo è un’altra grande marcia nella cittadina di Cindirese, ripetutamente colpita dai bombardamenti per dimostrare che la popolazione non ha paura e sostiene la resistenza. «Loro hanno l’artiglieria, gli aerei, la tecnologia, ma noi abbiamo il pensiero e il cuore», dice la voce al microfono durante la manifestazione. Parole che si accompagnano al ricordo di Avesta Xabûr, combattente Ypj, che il 27 gennaio con un’azione di autosacrificio si è fatta esplodere distruggendo un tank turco. 

Sulle montagne del cantone non si stanno scontrando due eserciti, ma due visioni opposte per il futuro di questa terra. Da sette anni la rivoluzione ha costruito un’alternativa concreta per una popolazione che non vuole tanto il regime di Assad quanto gli islamisti: «La Turchia non è una soluzione per la Siria. La Turchia è il principale problema sia qua che in altre regioni del Medioriente», dice Hamode, giovane arabo che sostiene la resistenza.Da un lato uno Stato autoritario dalle tendenze islamiste, dall’altra una rivoluzione che a partire dalla lotta del popolo curdo è riuscita a costruire un modello di convivenza pacifica non solo tra curdi e arabi, ma tra tutte le componenti religiose e linguistiche dell’area.


* da il manifesto – 11 febbraio 208


Nella foto: La manifestazione del 4 febbraio scorso nella città di Afrin

7 febbraio 2018

Boom di spese militari con i governi a guida Renzi



C'eravamo tanto armati. Non solo F35, cresce l’acquisto di armi nel dossier 2018 presentato da Ican-Rete Disarmo


C’è una base militare italiana di cui si erano perse le tracce a Gibuti, tra l’altro ancora intilolata a un «eroe» del Ventennio fascista, il tenente Amedeo Guillet, più noto come comandante Diavolo. E c’è una foto, carpita dal web – una sorta di selfie collettivo di un intero stormo di piloti in divisa grigia, sull’attenti davanti a una bomba B61 con punta rossa – che è la prima prova dell’esistenza di testate nucleari in una base Nato su territorio italiano.

POI C’È LA SCOPERTA di un «tesoretto armato», un fondo investimenti voluto dal governo Renzi per finanziare l’acquisto di droni militari della Piaggio per la bellezza di 13 miliardi di euro, soldi nascosti nella legge di bilancio 2016 votata a scatola chiusa dai parlamentari. Nessuno pare se ne sia accorto. Queste e altre «perle» si leggono nel rapporto MilEx 2018 che squarcia il velo di opacità, per non dire di depistaggi e occultamenti volontari, sulle enormi spese militari sostenute dall’Italia, naturalmente a detrimento di altre priorità, dal welfare, alla sanità.
Il rapporto è stato presentato ieri alla Camera dall’Osservatorio permanente creato da Rete Disarmo , partner italiano di Ican, la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari che quest’anno ha vinto il Nobel per la pace dopo la vittoria dei 120 paesi che hanno firmato a luglio l’accordo per un trattato di messa al bando degli ordigni atomici. Anche se l’Italia non l’ha fatto e questo è ora l’obiettivo di Rete Disarmo, facendo lobbing con tutte le forze politiche in campagna elettorale. A Montecitorio ieri ha partecipato alla presentazione del dossier italiano anche il coordinatore della campagna Ican, lo svedese Daniel Högsta. E un altro riconoscimento molto prestigioso del lavoro dei ricercatori italiani, annunciato dal coordinatore Francesco Vignarca, è l’avvio di una collaborazione stretta con lo Stockholm International Peace Research Institute, il più importante istituto di ricerca sulle spese militaria che monitora oltre 150 paesi nel mondo.

COSA DICE MILEX 2018? Dice che le spese militari in Italia sono in crescita del 4% soltanto nell’ultimo anno. Ricostruendo i vari capitoli di bilancio nascosti qua e là totalizzano 25 miliardi di euro, pari all’1,4 % del Pil. Una tendenza forte al rialzo – si legge – «avviata dal governo Renzi che riprende la dinamica di incremento delle ultime tre legislature» (+25,8% dal 2006, primo anno di accesso ai dati, per quanto complicato) dopo una «botta di arresto» nel 2008 per effetto della crisi e della spending review.

LA SPESA DELLA DIFESA è sempre al 60% impiegata per il mantenimento di un esercito ipertrofico e di «tutti ufficiali», tipo i Ragazzi della Via Paal, ovvero dove i graduati, super stipendiati e con pensioni d’oro, sono in numero superiore alla «truppa» dei soldati semplici. Ma è nei conti del ministero dello Sviluppo economico che si trovano le sorprese più grosse. È il Mise infatti che finanzia la crescita del budget per armamenti: carri armati, elicotteri militari, la nuova portaerei Thaon di Revel che la Fincantieri di Trieste dovrebbe sfornare nel 2022, e poi droni, caccia, 700 nuovi modelli di blindati Lince (che senz’altro piaceranno ancor di più a Ignazio Larussa) .

VIGNARCA SPIEGA che tra l’altro il Mise utilizza per finanziare queste spese la stragrande maggioranza dei fondi destinati agli incentivi per aumentare la competitività delle imprese, «di fatto sottraendoli ad altre produzioni in grado di creare più posti di lavoro e un fatturato più alto», oltre che una utilità sociale un po’ migliore. Fondi agevolati incanalati in un unico comparto produttivo, quello bellico, che – spiega – funzionano così: è lo Stato committente ad accendere mutui per pagare a stretto giro le commesse destinate a trovare poi canali per l’esportazione. Così, solo di interessi lo Stato paga 427 milioni di interessi l’anno, alle banche, naturalmente. «Tanto quanto per l’assistenza ai disabili».

INFINE IL CAPITOLO F35, i nuovi caccia a tecnologia Usa che dovrebbero subentrare ai Tornado come aerei d’attacco con capacità nucleare in barba all’articolo 11 della Costituzione. Il costo totale del programma, che il Parlamento avrebbe voluto dimezzare (ma che nessuna forza politica si è ricordata di ribadire nel programma elettorale depositato al Viminale ndr), è 14 miliardi. Ma dei 10 già acquistati gli 8 considerati «operativi» hanno ancora problemi tecnici. «Recentemente – spiega Vignarca- abbiamo avuto la conferma della giustezza delle nostre stime: durante lo shutdown la Casa Bianca ha dichiarato che ogni F35 costa 150 milioni di dollari, al netto di gestione e mantenimento.

* da il manifesto 2 febbraio 2018

4 febbraio 2018

Turchia-Italia: Elicotteri e «difesa» dei confini, shopping romano per Erdogan



Il presidente turco oggi in Italia per rafforzare rapporti economici mentre fa guerra ai curdi. Leonardo tra le ditte impegnate nello sviluppo dell’apparato militare di Ankara. In Vaticano focus su Gerusalemme

Dimitri Bettoni  *  

Arriva oggi in Italia il presidente della Repubblica turca Recep Tayyip Erdogan per una visita di due giorni nella quale incontrerà il presidente della Repubblica Mattarella, il primo ministro Gentiloni e papa Francesco, prima visita di un presidente turco in Vaticano da 59 anni. I due si erano già incontrati in occasione del viaggio del pontefice in Turchia nel 2014. In cima all’agenda dell’incontro tra le mura vaticane la questione del controverso riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello Stato di Israele da parte del presidente americano Donald Trump. Sia papa Francesco che Erdogan, infatti, si sono dichiarati contrari alla mossa statunitense e hanno espresso soddisfazione per la risoluzione delle Nazioni unite adottata il 21 dicembre scorso, che ha ribadito la necessità di trovare per Gerusalemme una soluzione condivisa con il popolo palestinese.

Gli altri temi sul tavolo riguarderanno la cooperazione religiosa tra le due confessioni, ma anche la crisi umanitaria mediorientale. Un terreno su cui Erdogan dovrà muoversi con estrema difficoltà, visto che la Turchia è tra i paesi più coinvolti nel conflitto, ancor più dall’invasione del cantone curdo di Afrin, una delle poche zone che erano state risparmiate dalla violenza. Il papa ha in passato rivolto i propri complimenti allo Stato turco per i suoi sforzi economici e sociali per attenuare le conseguenze della crisi umanitaria siriana. Complimenti che oggi si scontrano con l’ultimo rapporto di Human rights watch (Hrw), che denuncia «sparatorie indiscriminate e rimpatri sommari» nei confronti dei siriani in fuga da Afrin e Idlib. Le relazioni tra Turchia e Santa Sede hanno attraversato altri momenti problematici. Nel 2016 Francesco non ha esitato ad utilizzare il termine «genocidio» per indicare i massacri che i Giovani Turchi compirono contro la popolazione armena. La risposta rabbiosa di Ankara era stata immediata. 

Gli incontri con le più alte cariche istituzionali italiane ed esponenti dell’imprenditoria nostrana ambiscono a migliorare la cooperazione economica tra Italia e Turchia, che vale annualmente quasi 20 miliardi di euro. Sul tavolo non solo la tradizionale industria manifatturiera, ma anche i progetti di trasporto energetico, a cominciare dal gasdotto Tap che intende collegare Azerbaijan e Italia e deve passare necessariamente sul suolo turco. Entrano in gioco anche le recenti tensioni tra Turchia e Nato nei rapporti tra i due paesi. Recentemente Turchia, Francia e Italia hanno siglato un accordo per lo sviluppo di un sistema di difesa aerea a lungo raggio, affidato al consorzio franco-italiano Eurosam e ai partner turchi Aselsan e Roketsam e sostenuto da una lettera d’intenti firmata dalla ministra della Difesa Pinotti con i colleghi Nurettin Canikli e Florence Parly. 

L’Italia ha un ruolo e una responsabilità enormi nel programma di acquisizione di tecnologia portato avanti da Ankara. Una delle ditte italiane con più interessi nell’apparato militare e di difesa turco è Leonardo, che di recente ha collaborato allo sviluppo del sistema di gestione e controllo del traffico aereo civile turco e a sistemi per la sorveglianza delle coste e dei confini marittimi anatolici. Mauro Moretti, amministratore delegato di Leonardo, ha confermato che «la nostra conoscenza del paese ci consente di confermarci come partner strategico per le industrie turche». Leonardo era presente alla fiera internazionale della difesa tenuta a Istanbul lo scorso maggio, con l’intenzione di promuovere le proprie attività e spingere la vendita dell’aereo militare da trasporto tattico C-27J. Secondo quanto dichiarato da Giovanni Soccodato di Leonardo, l’azienda collabora con la difesa turca allo sviluppo di sistemi di pattugliamento marittimo, degli armamenti in dotazione ai vascelli militari, del settore elicotteristico, dei sistemi radar e del mercato satellitare. E, spiega, «stiamo cercando di fornire alla Turchia tecnologia attraverso i progetti condivisi. Mettiamo insieme ingegneri turchi e italiani per svilupparne le capacità e offrire i prodotti risultanti al mercato».

Erdogan sbarcherà in una Roma sigillata dalle forze di sicurezza, 3.500 uomini e una «zona verde» in cui il presidente turco potrà muoversi al riparo da ogni disturbo. La preoccupazione riguarda soprattutto le annunciate contestazioni, come quella promossa da Rete Kurdistan, che ha chiesto di sostenere la causa curda contro l’aggressione della Turchia.
Intanto Fnsi, Articolo 21, Osservatorio Balcani e Caucaso e altre associazioni hanno annunciato l’intenzione di inviare una lettera aperta a Mattarella, Gentiloni e papa Francesco perché si facciano portavoce di tutti coloro che in Turchia sono vittima di una repressione che dovrebbe rappresentare il peggior biglietto da visita con cui presentarsi in Italia.

* da il manifesto  del 4 febbraio 2018