16 settembre 2025

Non si può parlare di ritorno al nucleare ignorando l’esito dei referendum passati: è una questione di metodo

 di Mario Agostinelli *

È curioso che un governo che si proclama vicino al popolo ignori apertamente le indicazioni espresse in due referendum

È curioso, per non dire contraddittorio, che un governo che si proclama vicino al popolo ignori apertamente le indicazioni espresse in uno degli strumenti più alti della sovranità democratica: il referendum. Ancora più discutibile è l’insistenza del ministro Pichetto Fratin nel decantare le presunte virtù salvifiche del ritorno al nucleare, mentre l’Italia resta ancorata al gas e il governo continua a voltare le spalle alle rinnovabili, in un atteggiamento che sa di negazionismo energetico.

In debito di un esteso dibattito politico e pubblico sulle implicazioni delle scelte nazionali sulla transizione energetica, provo qui ad avanzare alcune obiezioni di fondo sulla scorrettezza politica e la discutibilità giuridica di un processo che avanza con l’appoggio delle lobby energetiche e confindustriali, sospinto dal governo e in particolare dal ministro dell’Ambiente. Metto a confronto due evidenze che parlano da sole: da un lato, le dichiarazioni sempre più disinvolte e coordinate di esponenti delle Regioni e del governo a favore dell’atomo; dall’altro, la volontà popolare degli italiani, chiaramente espressa che, fino a prova contraria, resta ferma nella sua opposizione agli impianti di fissione.

Senza particolare clamore né reazioni da parte dell’opinione pubblica, negli ultimi mesi il presidente della Regione Lombardia e il ministro dell’Ambiente hanno sottoscritto accordi di cooperazione sul nucleare con interlocutori internazionali di primo piano: rispettivamente con Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e con il Segretario all’Interno degli Stati Uniti, Doug Burgum. Si tratta di atti ufficiali, presentati alla stampa come iniziative per “rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza energetica”, ma che nella sostanza mirano a riaprire la strada al nucleare di nuova generazione, definito “sicuro e sostenibile”. Pur non avendo valore vincolante né carattere legislativo, questi accordi assumono un peso politico significativo, soprattutto perché vengono promossi in assenza di un mandato popolare e in contrasto con quanto espresso dai cittadini nei referendum del 1987 e del 2011.

Il quadro di riferimento in cui si inquadrano queste iniziative è un ddl approvato a maggioranza della Conferenza Unificata delle Regioni e non ancora approdato in Parlamento. Un progetto che ambisce a disciplinare l’intero ciclo di vita dell’uranio: dalla ricerca alla costruzione degli impianti, fino allo smantellamento e alla gestione dei rifiuti, senza alcun riferimento ai vincoli posti dall’esito referendario.

L’attivismo del governo è evidente e si dispiega ovunque, tranne che nelle sedi istituzionalmente dedicate al confronto e a un dibattito pubblico aperto. In quelle sedi opportune si dovrebbe tener conto di un macigno sulla strada che Pichetto Fratin percorre nelle occasioni a lui più congeniali, ostentando dati e orientamenti, come i costi, i tempi e la sostenibilità dell’operazione da lui promossa, ampiamente contestabili: l’esito dei referendum antinucleari. Il referendum nel 1987 dopo Cernobyl ha avuto una affluenza del 65.12%: 80,57% Sì 14,96% No. Il referendum nel 2011 dopo Fukushima ha avuto una affluenza del 54,79%: 94,05 Sì, 5,95% No.

Sul piano dei contenuti, l’ultimo referendum del 2011 ha abrogato due commi di legge relativi al nucleare:
– Art. 7, comma 1, lettera d) del DL 25/6/2008: “Realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”;
– Art. 10, comma 5 della Legge 23/7/2009, n. 99: “Ripresa del programma nucleare nazionale”.

Un ostacolo così chiaramente delineato può essere superato solo attraverso un nuovo ricorso al referendum e non basta affermare la “sostenibilità” o la “sicurezza” delle moderne tecnologie dei reattori e del ciclo fissile dell’uranio. Come è possibile allora varare un programma che contempla non solo il lancio sotto nuove forme di impianti della stessa generazione precedente (Smr – Small Modular Reactors) ma, addirittura, l’obiettivo di una quota dall’11 al 22% dell’atomo nel mix energetico al 2050?

Mi piacerebbe si dimostrasse che il nuovo nucleare è improvvisamente diventato sostenibile per l’ambiente e la vita e che il rischio d’incidente e il lascito delle scorie sono sostanzialmente diversi da quelli bocciati. Ad oggi la tecnologia dei circa 100 Smr necessari per raggiungere gli obiettivi indicati da Pichetto Fratin non cambia la sostanza giuridica: abbiamo a che fare con impianti nucleari nel senso pieno del termine.

In precedenti occasioni ho già affrontato su questo blog questioni specifiche che si ricollegano ai ragionamenti qui abbozzati, a partire dalle previsioni su tempi e costi e dalla scommessa su sicurezza, flessibilità, economicità e autonomia energetica, nonché dalla gestione delle scorie radioattive. Questa volta sollevo una questione di metodo, prima ancora che di merito: non è in discussione il diritto del Parlamento di legiferare, ma il dovere delle istituzioni di rispettare la volontà popolare, soprattutto quando è stata espressa in modo inequivocabile e democratico, attraverso strumenti come il referendum. Ignorarla non significa esercitare la sovranità, ma svuotarla.

*  da ilfattoquotidiano - 12 Settembre 2025

26 agosto 2025

Francia, l’azzardo di Bayrou. La fiducia appesa ai socialisti

 Politica Dimissioni mascherate? Le Pen e Mélenchon l’8 settembre voteranno contro. Ps decisivo

 di Anna Maria Merlo *

François Bayrou gioca d’anticipo rispetto alla protesta “Blocchiamo tutto” che inizia il 10 settembre. Il primo ministro ha annunciato ieri che l’Assemblea Nazionale è convocata in seduta straordinaria l’8 settembre e quel giorno, dopo un discorso di politica generale, chiederà la fiducia (art.49.1). Di fronte alla contestazione della finanziaria che si prepara con 44 miliardi tra tagli alla spesa e aumenti di tasse, Bayrou, il primo ministro più impopolare della V Repubblica, cerca di uscire dalla confusione con una mossa a sorpresa in due tappe: prima “chiarire” la situazione, per il primo ministro la Francia con 3.300 miliardi di debito pubblico è «in pericolo» di fronte alla «maledizione del sovra-indebitamento», con una «dipendenza diventata cronica» che richiede una «traiettoria di 4 anni» per invertire la deriva che porterà quest’anno il paese ad avere come prima spesa il servizio del debito (66 miliardi, 75 nel 2026). In seguito, il primo ministro propone di aprire la discussione in parlamento e tra le parti sociali per i contenuti della finanziaria, tutti «emendabili», a cominciare dalla misura più contestata finora, due giorni festivi annullati per portare 4 miliardi nelle casse dello stato.

BAYROU KAMIKAZE del governo, che si “autoscioglie”, come ha reagito Mathilde Panot, capogruppo della France Insoumise? Una «dimissione mascherata» come dicono i Verdi? Molto probabilmente questa sarà la conclusione (vincere la “fiducia” è più difficile che parare la “censura”). Ma Bayrou punta tutto in un gioco d’azzardo che si rivolge alla popolazione al di là dei partiti e spera possa riuscire a salvare il governo, che era comunque minacciato da una “censura” che Lfi aveva previsto di presentare il 23 settembre.

Ieri, La France Insoumise e il Pcf hanno subito reagito affermando che non voteranno la fiducia al governo. Anche il Rassemblement National voterà contro, Marine Le Pen ha tolto in serata ogni ambiguità: chiede lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale e un nuovo voto anticipato per ottenere la maggioranza. Il Partito socialista è in acque agitate. Ieri mattina (prima dell’annuncio della fiducia di Bayrou), l’ex presidente François Hollande ha affermato che a settembre non è ancora arrivato il momento per votare la “censura” contro il governo, che potrà essere bocciato sui contenuti della finanziaria, se non cambia direzione. Ma, dopo l’azzardo di Bayrou, dei deputati socialisti si sono schierati per la sfiducia.

SU 577 DEPUTATI, ieri tra Rn, amici di Ciotti, Lfi, Pcf, Verdi, c’è una maggioranza per far cadere il governo (264), mentre a favore ci sono 210 voti previsti, almeno sulla carta. L’ago della bilancia sono i 66 deputati Ps (e anche quelli che saranno assenti, non calcolati quindi nel voto). Per “salvare” Bayrou ci vorrebbero dai 20 ai 50 deputati socialisti che votano a favore, l’astensione non sarà sufficiente. Molto dipenderà dalle reazioni degli elettori.

L’azzardo di Bayrou di mettere la fiducia precipitata, ha messo il Ps in difficoltà: nessun deputato socialista dovrebbe votare la fiducia, ma potrebbero esserci delle astensioni.
Mai, nella V Repubblica, non è stata votata una fiducia richiesta dal governo. Ma Bayrou non ha nessuna maggioranza, è contestato persino dal centro che dovrebbe sostenerlo. Ieri, Bayrou ha scelto i suoi nemici: ha nominato più volte La France Insoumise, il partito del “caos”, facendo appello ai cittadini, come testimoni. Lfi punta non solo alla caduta del governo Bayrou, ma alle dimissioni di Macron e a presidenziali anticipate. Anche il Rassemblement National vorrebbe anticipare la corsa all’Eliseo. Molto dipenderà dalla mobilitazione dei cittadini dal 10 settembre. I prossimi 15 giorni sono cruciali per Bayrou.

IL PRIMO MINISTRO ieri ha drammatizzato la situazione del paese, ha fatto appello ai cittadini, persino «in nome dei bambini» perché «come adulti responsabili e affettuosi non vogliamo lasciare un mondo schiacciato dal debito». Se bocciato, sarà obbligato a dimettersi. Spera così, uscendo con la testa alta, di costruirsi un’aura di politico che non ha paura delle reazioni dell’opinione pubblica, che affronta la realtà in faccia. Per preparare una candidatura alle presidenziali del 2027? È l’ossessione degli uomini politici francesi. Tra qualche mese ci sono le elezioni municipali. Anche queste pesano oggi: ci sono divisioni in tutti gli schieramenti.

Bayrou ha messo in evidenza tutti i rischi del momento: geopolitici, economici, tra guerra in Ucraina, dazi, svalutazione del dollaro, «scenari molteplici di prove di forza». Ha citato Mario Draghi, la Cassandra che parla di «un sogno di un’Europa che conta svanito quest’estate», per Bayrou un’Europa che «non va bene». Ha descritto la Francia come un paese dove ci sono eccellenze ma poi c’è un deficit commerciale perché non si producono più prodotti intermedi di consumo. La Francia va verso nuove elezioni anticipate (dopo il fallimento dello scioglimento del giugno 2024)?

nella foto: il primo ministro francese François Bayrou  

* da il manifesto – 26 agosto 2025

18 agosto 2025

Il negoziato Onu: Fallisce l’accordo sulla plastica, vittoria dei paesi petroliferi

 L'accordo per varare quello che avrebbe dovuto essere il primo Trattato internazionale contro l’inquinamento della plastica si arena a causa di Usa, Arabia Saudita, Iran, Russia e paesi del Golfo. E alle «pretese dell’industria chimica»

 

di Anna Maria Merlo *

È una nuova sconfitta del multilateralismo. Dopo nove giorni di vertice a Ginevra, conclusione di tre anni di negoziati, dopo un ultimo tentativo fuori tempo massimo, al di là della mezzanotte di giovedì, con un testo rivisto, i 184 paesi riuniti sotto l’egida dell’Onu non sono riusciti a mettersi d’accordo per varare quello che avrebbe dovuto essere il primo Trattato internazionale contro l’inquinamento della plastica. Un trattato che avrebbe dovuto avere un valore giuridico vincolante. Già nel dicembre 2024 c’era stato, a Busan in Corea del Sud, un primo fallimento. E adesso, anche se per la direttrice del Pnue (programma Onu per (l’ambiente), Inger Andersen, «tutti devono capire che questo lavoro non si fermerà perché l’inquinamento della plastica non si fermerà», non c’è una data né un luogo per un eventuale nuovo vertice. Per evitare l’impasse, la Svizzera ha proposto di cambiare metodo: sospendere il negoziato e sviluppare protocolli più vincolanti nel quadro dei trattati esistenti.

IL MONDO «SI ARRENDE agli stati petroliferi e alle pretese dell’industria chimica» ha commentato l’ong Ciel, «mettendo in pericolo la salute umana, l’ambiente e le generazioni future». Per il capo-delegazione di Greenpeace, Graham Forbes, è «un regalo all’industria petrochimica e un tradimento dell’umanità». Molti studi recenti paragonano le conseguenze dell’inquinamento della plastica a quelle dell’amianto. Le terre e i mari soffocano sotto gli scarti di plastica: ogni anno 10 milioni di tonnellate sono riversate negli oceani, l’equivalente di un camion della spazzatura ogni minuto. Oggi vengono prodotti 450 milioni di tonnellate di plastica l’anno, che cresceranno a un miliardo nel 2050, mentre per il momento solo il 10% è riciclato. Dal 2000 il mondo ha prodotto più plastica che nei 50 anni precedenti. «Alcuni paesi sono guidati solo da interessi finanziari e non dalla salute delle loro popolazioni e dall’economia durevole», ha commentato la ministra francese dell’Ecologia, Agnès Pannier-Runacher, «delusa e arrabbiata» per il fallimento. L’unica buona notizia è che il fronte dei «paesi a forte ambizione» poco per volta si allarga: a Nizza, al vertice sugli Oceani lo scorso giugno, 96 gli stati che hanno firmato un appello sull’emergenza di un «obiettivo mondiale per diminuire la produzione e il consumo di polimeri plastici primari a livelli durevoli», alla conclusione del fallimentare vertice di Ginevra sono saliti a 120 i paesi che intendono continuare a lottare per arrivare a un Trattato. Ma per il momento hanno vinto gli altri. Gli Usa, con Trump, hanno decisamente cambiato campo e sono alleati di Arabia Saudita, Iran, Russia, paesi del Golfo, che vorrebbero limitare l’intervento solo alla gestione degli scarti e al riciclaggio. Mentre per gli economisti che si occupano del prodotto plastica è chiaro che c’è una diretta correlazione tra quantità di produzione e inquinamento. Per i paesi petroliferi, che subiscono la diminuzione del petrolio nei trasporti (per il graduale passaggio all’elettrico) la plastica sta diventando sempre più un importante segmento economico. Il fronte dei paesi “ad alta ambizione” comprende gli europei, il Canada, l’Australia, la maggior parte dell’America latina e dell’Africa, i paesi insulari. Un primo testo, presentato dal presidente, l’ecuadoriano Luis Vayas Valdivieso, è stato giudicato «inaccettabile» dalla maggior parte dei paesi presenti al vertice. «Chiaramente disequilibrato» perché rimandava tutto a decisioni a livello nazionale. Solo l’India sarebbe stata disposta a firmarlo. Un secondo testo, meno compromissorio, presentato nella notte di giovedì, è stato anch’esso respinto, perché «insufficiente». La Cina, primo produttore mondiale di plastica, ha chiesto al presidente di «concentrarsi sui problemi», invece di «accrescere le divergenze»: Pechino poco per volta sembra accettare l’idea che l’inquinamento da plastica va affrontato in modo globale, dalla produzione al riciclaggio. Anche il Brasile ora sembra più aperto. Persino l’industria chimica chiede un testo comune che indichi la strada da percorrere: l’Icca (consiglio internazionale chimica), pur evitando «di giudicare» i due testi che sono stati sottoposti a discussione a Ginevra, è contro un “rigetto” completo e preferirebbe un accordo «anche se non perfetto». Ma per la commissaria Ue all’ambiente, Jessika Roswall, «abbiamo bisogno di un trattato ma non a qualsiasi prezzo». La Ue ha preso decisioni al suo interno, per imporre delle norme alla produzione e alla diffusione della plastica. Ma non è assolutamente sufficiente.

nella foto: Una spiaggia a Taiwan

* da il manifesto - 15 agosto 2025

Turchia: Processo di pace o no, mai così tanti prigionieri nelle celle turche

 300mila detenuti, uno dei tassi più alti d’Europa. Tra loro sindaci, rivali politici, giornalisti, Curdi

di Murat Cinar *

Dallo scorso marzo in Turchia una decina di condannati per reati legati al terrorismo e con pene superiori alla soglia del 30 yıl sınırı (limite informale dei trent’anni di detenzione oltre cui la scarcerazione dovrebbe avvenire per legge) sono tornati in libertà dopo aver scontato, in media, più di tre decenni dietro le sbarre.

LE LIBERAZIONI sono avvenute in un momento in cui, seppur senza un protocollo formale, è in corso un fragile tentativo di riavvio del dialogo tra lo Stato turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), con Abdullah Öcalan e il partito politico Dem come interlocutori centrali. Tra i liberati vi sono persone con gravi problemi di salute e ultraottantenni. Ma i centri penitenziari sono tuttora pieni di persone in attesa di essere scarcerate. Come spiega Diren Yurtsever, caporedattrice dell’agenzia Mezopotamya, «in molti casi le scarcerazioni sono state rinviate per motivi assurdi: chi, con le gambe amputate, non veniva ritenuto di buona condotta perché ‘non praticava sport’, o chi restava in cella per cavilli senza basi giuridiche». A queste persone non è stato applicato l’infaz yakma, il meccanismo che in Turchia consente alle autorità di prolungare la detenzione di un condannato nonostante abbia già scontato la pena, di solito motivandolo con presunte violazioni disciplinari. La liberazione sarebbe dunque un obbligo di legge. Tra le persone scarcerate in questi mesi c’è Veysi Aktas, detenuto per oltre 31 anni nel carcere di massima sicurezza di Imralı, dove è recluso anche Öcalan, con cui ha lavorato negli ultimi mesi al processo di pace. C’è poi Soydan Akay, rilasciato dopo 32 anni e sette ricoveri ospedalieri per gravi patologie, tra cui il cancro. Ismail Hakkı Tursun, in carcere da oltre 32 anni, ha ricordato alla scarcerazione che «ci sono tanti detenuti in fin di vita che devono essere liberati al più presto». Infine, Sıddık Güler, 85 anni, è uscito dopo più di tre decenni nonostante un certificato medico attestasse da tempo la sua impossibilità a condurre una vita autonoma.

SECONDO YURTSEVER, non c’è stato alcun cambiamento legislativo che giustifichi le recenti scarcerazioni: «Non serve una nuova legge, basterebbe applicare quelle esistenti. Ma raramente si esce dopo trent’anni, di solito solo al 31° o 32°, e per ragioni arbitrarie. Migliaia di persone, molte gravemente malate o anziane, restano in carcere nonostante i requisiti per la liberazione. Le decisioni passano dai Comitati di sorveglianza delle carceri, privi di giuristi, che agiscono in modo discrezionale e senza trasparenza». Yurtsever ribadisce che la liberazione di questi detenuti non è un passo negoziale: «È un obbligo legale, non il frutto di un accordo. Si cerca di dare l’idea che le carceri siano oggetto di trattativa politica, ma né lo Stato né il Pkk parlano di un protocollo in corso». Yurtsever aggiunge che la sua redazione riceve da tempo lettere di detenuti in cui si denuncia come, in particolare nelle carceri di Sincan e Bakırköy, esista «una scelta non giuridica e arbitraria per continuare a trattenere le persone».
La Turchia detiene un numero impressionante di persone: a fine marzo, le carceri ospitavano più di 300mila detenuti, oltre 42mila in più rispetto alla capacità, confermando un trend in crescita rispetto agli anni precedenti e con uno dei tassi più alti d’Europa. Detenuti anche politici dell’opposizione, amministratori, accademici e giornalisti non vicini al Pkk, spesso con accuse politiche o di terrorismo. Emblematico il caso di Murat Çalık, ex sindaco Chp, trattenuto nonostante condizioni critiche, una violazione legale e umana» secondo l’Ordine degli Avvocati di Istanbul.

ÖMER FARUK Gergerlioglu, deputato Dem, denuncia da tempo che lo Stato ritarda il rilascio fino a quando il prigioniero è ormai in fin di vita, definendo questi decessi «omicidi di Stato». Ha inoltre denunciato situazioni estreme come il taglio dell’acqua nelle carceri, servizi igienici insufficienti e la prima richiesta formale del ministero della famiglia per tutelare detenuti con malattie degenerative, come Ibrahim Güngör, affetto da Alzheimer e cancro alla prostata, che ormai non riconosce nemmeno la figlia. Sebbene alcune scarcerazioni possano sembrare un passo verso la pace, migliaia di casi di ingiustizia e trascuratezza persistono, alimentando sfiducia nel sistema giuridico in Turchia.

nella foto: La polizia turca arresta i partecipanti alla manifestazione "Libertà per la pace" organizzata da partiti politici curdi a Diyarbakir in Turchia

* da il manifesto - 15 agosto 2025

27 luglio 2025

La propaganda dell’economia fossile dietro i rallentamenti della transizione energetica

Dobbiamo abbattere le emissioni climalteranti il prima possibile. Sarà semplice? No. Sarà a costo zero? No, ma raggiungere l’obiettivo ci costerà molto meno che mancarlo

di Nicola Armaroli *

Tra il 2020 e il 2022 l’Unione europea e gli Stati Uniti lanciarono ambiziosi piani di ristrutturazione e rilancio del sistema produttivo in chiave di salvaguardia climatica. In Europa, il Green deal divenne sinonimo di riorientamento dell’economia verso una decisa riconversione ecologica. In pochi anni, però, il vento è radicalmente cambiato. Le ragioni dell’inversione di rotta sono molteplici e complesse. Tra queste spicca una veemente reazione di diversi settori industriali tradizionali che, colti di sorpresa dall’improvviso vento di cambiamento, hanno lanciato una poderosa controffensiva a ogni livello, a partire da quello mediatico. Il calo di entusiasmo verso la transizione ecologica non elimina però la sua urgenza e, in particolare, il settore dell’energia necessita di decisioni improrogabili e cambiamenti profondi.

L’Europa ha fortemente ridotto la dipendenza dal gas russo, ma non ha certo cancellato la dipendenza patologica da gas e petrolio. I nostri attuali fornitori di idrocarburi non sono campioni di democrazia e tolleranza, ma anche il nuovo grande fornitore statunitense non offre garanzie entusiasmanti, se non quelle di un prezzo e di un impatto ambientale particolarmente elevati. Il costo dell’elettricità, sempre ancorato a quello del gas, resta un peso insostenibile per milioni di cittadini e imprese. La situazione imporrebbe di incrementare la capacità elettrica rinnovabile, in particolare solare ed eolica. Purtroppo, in molte regioni, un’irrazionale e ben orchestrata campagna di attacco - basata su informazioni ascientifiche in merito a impatti ambientali e consumi di suolo - pone ostacoli talvolta insormontabili a un processo che dovrebbe accelerare senza indugi.

Mentre in Italia si ostacolano in ogni modo le opzioni che potremmo intraprendere subito, si riparla di nucleare, puntando però su tecnologie che al momento non sono disponibili sul mercato: i piccoli reattori modulari Smr o la fusione, che è di là da venire. Percorrendo la strada del nucleare, che oggi non presenta particolari novità tecnologiche, l’Italia potrebbe (forse) avere impianti funzionanti fra non meno di 15 anni. In questo arco di tempo, lo sviluppo delle rinnovabili - che tutti ritengono essenziale - potrebbe rendere quest’opzione completamente superata, anche perché la piena complementarità tra rinnovabili e nucleare non è ovvia, soprattutto dal punto di vista economico.

A livello tecnologico, procede inarrestabile lo sviluppo delle batterie, il cui costo è calato di oltre il 75% in 10 anni. Questo processo sta già portando un cambiamento epocale nei settori dell’industria automobilistica e della produzione elettrica: nulla sarà più come prima. Oggi la Cina domina l’intera filiera, grazie a scelte strategiche lungimiranti fatte in passato; vi sono però ampi margini di innovazione, che il resto del mondo deve cogliere. L’uso di seconda vita e il riciclo saranno decisivi per accrescere la sostenibilità ambientale degli accumulatori, che già oggi garantiscono un minore impatto dell’auto elettrica rispetto alle motorizzazioni tradizionali.

L’idrogeno, nel lungo termine, resta un’opzione importante, ma non può e non deve essere usato in qualsiasi contesto e a ogni costo, poiché è un vettore costoso e complesso. La produzione e la distribuzione sono caratterizzate da ineludibili inefficienze, che dobbiamo giocarci solo quando non esistono alternative migliori. Quindi no all’idrogeno nel trasporto leggero su strada e nel riscaldamento domestico e sì all’uso nei settori industriali che oggi fanno largo uso di combustibili fossili per processi ad alte temperature, ad esempio le acciaierie. In prospettiva, la produzione di idrogeno da eccessi di produzione elettrica rinnovabile potrebbe giocare un ruolo chiave nel settore dello stoccaggio stagionale, ma il costo degli elettrolizzatori deve calare in modo sostanziale.

La buona notizia è che le tecnologie per la transizione energetica sono in gran parte già disponibili e sono anche semplici e competitive: fotovoltaico, eolico, biomasse a filiera corta, idroelettrico, batterie, pompe di calore, reti intelligenti, ecc. Il sistema energetico è caratterizzato però da un’inerzia enorme verso il cambiamento, per una complessa combinazione di fattori tecnici, economici e sociali.

Anche l’indolenza mentale è però spesso un enorme ostacolo: di fronte al cambiamento siamo più portati a enfatizzare i rischi che a considerare le opportunità.

Il cammino però è obbligato: per evitare il peggio, dobbiamo abbattere le emissioni climalteranti il prima possibile. Sarà semplice? No. Sarà a costo zero? No, ma raggiungere l’obiettivo ci costerà molto meno che mancarlo. Se non lo faremo, pagheranno soprattutto i più giovani, i più fragili, i più poveri.

Il contenuto di quest’articolo è tratto dal Rapporto “Scenari per l’Italia al 2035 e al 2050” dell’ASviS. Lo studio costruisce quattro scenari relativi all’impatto della transizione ecologica sull’economia italiana, realizzati grazie alla collaborazione con Oxford Economics.

* da greenreport.it - 21 luglio 2025

Nicola Armaroli:  Nicola Armaroli (1966) ha ottenuto la maturità classica nel 1985 e la laurea in Chimica nel 1990. Nel 1994 ha conseguito il dottorato di ricerca in scienze chimiche, svolgendo poi un periodo di post-doc presso il Center for Photochemical Sciences at Bowling Green State University (USA). Nel 1997 è entrato al CNR dove, dal 2002, è primo ricercatore. La sua attività scientifica riguarda la fotochimica e la fotofisica di composti di coordinazione, nanostrutture di carbonio e materiali supramolecolari, con particolare interesse per la luminescenza ed i processi di trasferimento di energia ed elettroni. Questo lavoro di ricerca di base ha importanti ricadute in varie applicazioni tecnologiche, quali la conversione dell'energia luminosa e la messa a punto di nuovi materiali luminescenti. Ha pubblicato 2 libri ed oltre 130 articoli scientifici, reviews e capitoli di libri. Svolge attività di consulenza e divulgazione scientifica sui temi dell'energia, delle risorse e dell'ambiente anche attraverso i mezzi di comunicazione di massa.

 

5 luglio 2025

Dal Mediterraneo alle Alpi, ultima chance per il clima: ecco cosa dicono i dati

 I dati scientifici sono chiari, così come gli effetti ma c’è ancora chi sminuisce la crisi ambientale mentre i cambiamenti stanno accelerando

di Mario Tozzi *

Prima di tutto i dati. Le temperature medie dell’atmosfera non sono mai state complessivamente così alte come negli ultimi giorni in Europa, un incremento che ha prodotto, produce e produrrà ondate di calore in grado di minacciare i sistemi biologici dei viventi, esattamente come ipotizzato nel VI rapporto IPCC oltre due anni fa. Le prime vittime confermano questa tendenza e a poco vale ricordare che, al mondo, si muore anche per il freddo, perché in passato, a causa del caldo, non si moriva.

L’incremento assassino delle temperature va ben al di là delle nostre esperienze personali e dei nostri fallaci ricordi: negli anni ’60 del XX secolo si registravano una decina di giorni con temperature al di sopra dei 32°C, all’inizio degli anni Duemila erano diventati una ventina e oggi sono più di trenta, per non dire delle notti tropicali, con buona pace di mio nonno che girava in canotta e di quel titolo di giornale che, nel 1950, riportava temperature di 42°C a Milano: tutto vero, ma tutto irrilevante, perché ciò che conta sono i dati provenienti da decine di migliaia di centraline sparse in tutto il mondo (e “corrette” se si trovano vicino alle città, che sono più calde, delle campagne).

Lo zero termico e le temperature del Mediterraneo

Altri dati sono quelli relativi allo zero termico, cioè il punto (o, meglio, la linea) al di sopra del quale la temperatura dell’atmosfera scende sotto gli 0°C e dunque possiamo avere neve e conservare i ghiacciai. Le ultime registrazioni danno lo zero termico sulle Alpi (e sugli Appennini) a oltre 5.100 m di quota: niente di drammatico, se non fosse che la montagna più alta d’Europa arriva a 4.700 metri.

Eravamo stati buoni profeti nel presagire, anni fa e sulla base dei dati scientifici, che il 2021 sarebbe stato l’anno più fresco e più umido rispetto a quelli che sarebbero seguiti, nonostante le accuse di allarmismo e di ecoansia: niente di tutto ciò, si rimane ottimisti, ma bene informati, però.

Fra i dati preoccupano anche quelli della temperatura degli oceani e dei mari, del Mediterraneo in particolare, che sprigiona in luglio il calore che avrebbe fatto registrare in agosto, confermandosi hot-spot climatico, con tutta l’Italia al suo interno.

Preoccupano perché acque più calde sviluppano cicloni, trombe marine e d’aria, limitati tornado e perfino downburst. In pratica ciò significa aumento delle perturbazioni meteorologiche a carattere sempre più violento: se il Mediterraneo avesse avuto le dimensioni del Golfo del Messico avremmo registrato gli stessi cicloni, perché le temperature ci stanno tutte. Ma quelli che si scatenano adesso bastano e avanzano, come dimostrano le due alluvioni consecutive in Emilia Romagna (ma non avevano periodi di ritorno millenari?) o le alluvioni ripetute di Valencia, delle Baleari e delle Cicladi.

L’accelerazione della crisi climatica negli ultimi 70 anni

Questi dati riguardano il tempo atmosferico, ma sono perfettamente in linea con la tendenza climatica, che mostra un’accelerazione mostruosa nell’incremento delle temperature negli ultimi 70 anni. Una crisi climatica globale che è accelerata e anomala rispetto al passato e che sta dispiegando le sue conseguenze nefaste esattamente secondo le previsioni dei modelli climatici elaborati già da decenni.

Siccità, tempeste di vento, mareggiate eccezionali, chicchi di grandine grossi come pesche, alluvioni, frane e incendi sono tutti fenomeni in crescita e accomunati dalla crisi climatica attuale. E sono tutte conseguenze che costano in termini di vite umane e animali e in denaro: chi afferma che non ci possiamo permettere un Green Deal perché non sostenibile economicamente difende solo la maniera tradizionale di fare affari, una maniera che sta per essere spazzata via dalla crisi climatica. E dimentica che il non prendere decisamente una via alternativa a questo sistema economico e non fare nulla costa molto di più.

Perché il fatto nuovo, che distingue questa crisi da ogni cambiamento climatico precedente, è che dipende da una sola specie, i sapiens, attraverso le loro attività produttive, come ha dimostrato almeno il 99% degli specialisti mondiali. Siamo l’unica specie che ha dissotterrato il potenziale mortifero dei combustibili fossili, liberando in atmosfera un’anidride carbonica che sarebbe stata, invece, sottratta ai cicli naturali del carbonio. Se vogliamo stare ai dati.

Chi crea confusione

Se, invece, vogliamo indurre confusione, allora possiamo anche ascoltare il fisico delle particelle che dichiara a un giornale che la crisi climatica non esiste o l’ingegnere che dice che non dipende da noi: se hanno dati li producano e scrivano articoli scientifici, o li leggano almeno, non rilascino interviste, perché il metodo scientifico funziona così e non lascia spazio alle opinioni.

Il dibattito fra gli scienziati sulle cause della crisi climatica attuale è chiuso e si riaprirà solo con nuovi dati che, al momento, non ci sono. Perdere ancora tempo per agire sulle cause e azzerare le emissioni clima-alteranti è colpevole, affidarsi ai mercanti di dubbi è imperdonabile.

* da La Stampa via Infosannio - 5 luglio 2025