2 settembre 2019

Salario minimo, tutti i timori e le bugie dei suoi detrattori



La composita schiera di oppositori del salario minimo legale che è riuscita a stoppare, almeno per ora, l’importante progetto 658 in Senato (sen. Catalfo), si articola in due gruppi: chi continua a propalare notizie false e critiche infondate e chi indica “vie diverse” per rimediare all’ingiustizia dei “lavoratori poveri” e agita lo slogan del cosiddetto taglio del “cuneo fiscale” (e contributivo).

La leadership del primo gruppo è stata assunta da Matteo Salvini che ha dichiarato, come riportato dalla stampa, che con il salario minimo «si scatenerebbe una fuga dai contratti collettivi, con il risultato che per aiutare qualcuno si ridurrebbe la tutela a milioni di lavoratori». Questo è spudoratamente falso, perché il progetto 658 in primo luogo estende a tutti i lavoratori i trattamenti economico-normativi previsti dai contratti collettivi sottoscritti dai sindacati più rappresentativi e solo in un secondo luogo, e ove necessario, integra fino al valore di 9 euro lordi orari anche le paghe tabellari delle qualifiche più basse. Altro che “fughe dai contratti collettivi”! Il loro ombrello diventa assolutamente generale a protezione di tutti i lavoratori.
Veniamo al secondo gruppo di oppositori, certo più avveduto, e comprensivo dei sindacati datoriali e, ahimé, anche di quelli dei lavoratori che propugnano la via alternativa del taglio del “cuneo fiscale”. È legittimo sospettare che non amino l’obiettiva implacabile “radiografia” cui sarebbero assoggettati, con l’applicazione del salario minimo legale, i contratti collettivi da loro firmati, specie nel terziario. Intendiamoci: i contratti collettivi nazionali sono e restano l’insostituibile colonna portante del nostro sistema di relazioni industriali e di tutela del lavoro, ma come nella criniera di un cavallo di razza può annidarsi qualche pidocchio, anche nei contratti collettivi, specie nei settori “deboli” possono esser previsti minimi retributivi assolutamente miseri nelle qualifiche più basse.

Gli esempi sono i migliori maestri: ricordiamo subito che il salario minimo proposto di 9 euro corrisponde a uno stipendio mensile lordo di 1.548 euro (172 ore lavorative) e basta esaminare la “scala” delle qualifiche di un contratto collettivo con relative retribuzioni minime e vedere dove “passa la linea” dei 1.548 euro. I minimi retributivi delle qualifiche che restano sotto la linea dovrebbero essere integrati per la legge del salario minimo. Prendiamo un contratto collettivo nazionale appena rinnovato, quello del turismo e alberghi: sono sotto la linea o a “pelo dell’acqua” il 7° e ultimo livello, con una paga minima tariffaria di 1.291 euro lordi, il 6°, con un minimo di 1.378, il 6° super, con un minimo di 1.398, e il 5° con un minimo di 1.454, sempre lordi. Con il 4° livello che ha un minimo retributivo di 1.550 si alza finalmente la testa “fuori dal pelo dell’acqua”, poi si sale fino al minimo tariffario di 1.906 del primo livello e di 2.285 per il quadro A.
Dopo aver segnalato che nel 7°, 6° super, 6° e 5° livello c’è il grosso della manodopera alberghiera (facchini, camerieri, addetti di portineria ecc.), basterà fare la differenza tra il livello del salario minimo di 1.548 e l’importo del minimo tariffario di qualifica per trovare la differenza retributiva che, con la legge in discussione, andrebbe riconosciuta al lavoratore. Ad esempio, per il “lavoratore povero” inquadrato al 7° livello si tratterebbe di 252 euro lordi mensili, circa 172 netti.

È naturale che questa sorta di vivisezione dei contratti collettivi del terziario (nel settore industriale il fenomeno è marginale) non piaccia alle parti che li hanno stipulati.
Esaminiamo, dunque, la loro proposta alternativa di taglio del “cuneo fiscale”: ricordiamo che per cuneo fiscale (e contributivo), s’intende la differenza tra salario netto che perviene al lavoratore e il suo costo per il datore, che si ottiene sommando tre fattori: l’aliquota contributiva a carico del lavoratore (9%), la quota contributiva a carico del datore (23%) e l’aliquota fiscale a carico dei lavoratori (23%), cui vengono applicate infatti una trattenuta fiscale e una previdenziale. Di conseguenza, data una retribuzione tabellare di 1.291 euro lordi (7° livello lavoratori alberghieri), il costo del lavoro sarebbe di 1.587, ma il netto per il lavoratore si aggirerebbe sui 900 euro netti e la differenza di oltre 600 euro sarebbe appunto il “cuneo fiscale” (e contributivo). L’idea propugnata da questo secondo gruppo di oppositori è che riducendo le aliquote, cioè tagliando il “cuneo” il salario netto del lavoratore aumenterebbe comunque, come se il suo datore di lavoro gli aumentasse la paga in ossequio a un’eventuale legge sul salario minimo legale.

Ma dove tagliare il “cuneo”? Quale aliquota ridurre? Si potrebbe – come vuole Confindustria – tagliare l’onere contributivo a carico del datore (23%)? Questo però non porterebbe alcun aumento al lavoratore e peggiorerebbe la sua situazione contributivo-previdenziale. Per altro verso, tagliando l’aliquota contributiva a carico del lavoratore (9%), aumenterebbe un pochino il salario netto ma con pregiudizio per la posizione previdenziale. Resta la possibilità di riduzione dell’aliquota fiscale, e certamente, in linea di principio questo aumenta il “netto in busta”. Ma ci sono due questioni ostative: la prima è che una riduzione dell’aliquota fiscale si dovrebbe applicare nella stessa misura a tutti i lavoratori, anche a quelli “benestanti”. La seconda è che per portare il salario netto di 900 euro, del lavoratore del 7° del nostro esempio al netto di 1.200 (corrispondente al lordo di 1.548 del salario legale minimo), occorrerebbe addirittura azzerare l’intera aliquota fiscale o ridurla a pochissimi punti, e l’ipotesi di farlo per tutti i lavoratori, poveri e benestanti, è evidentemente impraticabile. Il taglio del “cuneo fiscale” come alternativa alla legge sul salario minimo legale è quindi solo uno slogan strumentale.

Ma questo esame non sarebbe completo se non ci figurassimo una misura diversa, che nulla ha a che fare con le aliquote e con la loro riduzione (o taglio del cuneo fiscale): accordare ai soli lavoratori “poveri” che percepiscono meno di 1.548 euro lordi al mese una detrazione o “bonus fiscale” che porti il salario netto al livello che avrebbero se percepissero 1.548 lordi. Sarebbe un intervento oneroso per l’erario (oltre 5 miliardi di euro annui), ma politicamente non accettabile perché significherebbe far pagare a tutti i cittadini quelle integrazioni che, invece, dovrebbe far carico ai datori che utilizzano a quattro soldi il lavoratore “povero”.
La crisi di governo, voluta da Salvini, avrà l’effetto di bloccare il disegno di legge n. 658, ma gli argomenti resteranno sempre attuali, perché il salario minimo legale è un istituto riguardante la dignità del lavoro, presente in tutti i Paesi europei e non potrà non essere introdotto anche in Italia.

* da volerelaluna.it 27 agosto 2019 - L’articolo è tratto da “Il Fatto quotidiano” del 21 agosto 2019

Via dal carbone, la Germania ci mette 40 miliardi



Approvato un disegno di legge con le prime misure economiche volte a sostenere l’economia e l’occupazione nelle regioni minerarie che vedranno chiudere le centrali.


Diventa più chiaro il piano tedesco per uscire dal carbone anche se mancano alcuni punti fondamentali, soprattutto l’ammontare dei pagamenti in compensazione da corrispondere agli operatori delle centrali e il calendario con le date in cui saranno chiusi i singoli impianti. L’esecutivo di Angela Merkel ha appena approvato un disegno di legge per supportare le regioni minerarie che vedranno lo stop al carbone entro il 2038, con 40 miliardi di euro a disposizione per creare nuovi posti di lavoro, investire in tecnologie rinnovabili, realizzare infrastrutture di diverso tipo (si parla ad esempio di progetti Power-to-Gas per sperimentare la produzione su vasta scala dell’idrogeno “pulito”). Il disegno di legge (qui una nota del governo, testo completo allegato in basso) riprende in buona parte le raccomandazioni sul coal phase-out pubblicate nei mesi scorsi dalla commissione speciale incaricata da Berlino di predisporre un programma per abbandonare questa fonte fossile, tutelando però il benessere economico-sociale dei territori coinvolti.

In altre parole, si punta a una transizione da lignite/carbone alle risorse “verdi” in modo da salvaguardare l’occupazione attraverso una crescita economica “sostenibile” sotto il profilo ambientale. Così lo Structural Development Act (Strukturstärkungsgesetz) prevede di destinare 14 miliardi di euro di fondi federali per investimenti speciali nelle aree in cui si estrae la lignite. Più in dettaglio, il 43% dei fondi andrà alla Lusazia, il 37% alle comunità minerarie del Reno e il restante 20% alle zone carbonifere nella Germania centrale. Saranno i singoli Stati federali, precisa la nota, a decidere come spendere questi soldi: per costruire nuove infrastrutture rilevanti dal punto di vista economico – sistemi di trasporto pubblico, reti mobili a banda larga eccetera – o per iniziative di tutela e conservazione della natura e del paesaggio.

Berlino vigilerà periodicamente sull’utilizzo dei finanziamenti, verificando in particolare l’adeguatezza degli investimenti all’obiettivo prioritario che è la compensazione economica per la perdita di posti di lavoro e di valore aggiunto, a causa della minore produzione di beni e servizi legati all’industria mineraria. Poi il governo federale investirà circa 26 miliardi di euro in programmi di ricerca e sviluppo e assistenza nelle regioni che usciranno dal carbone. L’idea è convertire le ex centrali a lignite/carbone in poli industriali in vari settori alternativi, come le fonti rinnovabili, l’idrogeno, le batterie per l’accumulo energetico e così via, attirando anche nuovi investimenti privati. A tale proposito, ricordiamo l’impegno profuso dal ministro tedesco per l’economia, Peter Altmaier, per far decollare in Germania iniziative nell’ambito della Battery Alliance europea, che punta alla realizzazione di 10-20 super-fabbriche di celle e batterie al litio destinate ai veicoli elettrici e alle installazioni di energy storage per la rete (vedi qui).

Vedremo quali saranno i prossimi passi di Berlino sul disegno di legge; intanto anche l’Italia prima della crisi del governo Lega-M5s stava discutendo le diverse opzioni per la sua uscita dal carbone entro il 2025, tra sostituzioni carbone-gas, impianti per l’accumulo, potenziamento delle rinnovabili e piani assistenziali di rilancio economico. E un terreno di confronto dovrà essere sicuramente la Sardegna.Discussioni che certamente dovranno riprendere in modo approfondito una volta che si sarà formato un nuovo esecutivo.

da qualenergia.it - 30 Agosto 2019

Salvare il pianeta: ecco le cose che puoi fare!


di Matteo Gracis *

“Un migliaio di parole non lasciano un’impressione tanto profonda quanto una sola azione.” In questa massima di Ibsen c’è tutta l’importanza e la forza dell’agire, di passare all’azione. La nostra casa, Gaia, ha bisogno di te. Ecco un vademecum di piccole azioni che puoi mettere in atto per contribuire a salvare il pianeta:

1. Dedica del tempo alla causa ambientale
Per diventare un attivista oggi non è necessario per forza incatenarsi alle baleniere nel mezzo dell’oceano. Puoi farlo dedicando anche solo un’ ora del tuo tempo a settimana per sensibilizzare amici e parenti su questi temi. E ancora di più partecipando alle iniziative di quelle associazioni che si battono per la causa. O anche semplicemente informandoti meglio e in maniera approfondita su tutto ciò che riguarda i temi ambientali: ci sono innumerevoli libri e documentari da leggere e guardare per aumentare la nostra consapevolezza sul tema.

2. Sostieni alcune associazioni
Esistono realtà che combattono in prima linea per la salvaguardia della nostra casa, il pianeta terra. Vanno sostenute economicamente, anche piccole donazioni (meglio se periodiche) sono importanti. Ognuno di noi può destinare qualche decina di euro al mese per questo, senza grandi sacrifici.
A tal proposito ne segnalo alcune particolarmente serie ed attive:
Survival, movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni (ovvero coloro che difendono più di chiunque altro la foresta Amazzonica e altre zone a rischio).
Rainforest Alliance, associazione no-profit con lo scopo di conservare la biodiversità e garantire condizioni di vita sostenibili.
Sea Shepherd, organizzazione senza scopo di lucro che si occupa della salvaguardia della fauna ittica e degli ambienti marini.
Extinction Rebellion, movimento ecologista internazionale per la sensibilizzazione sul tema dei cambiamenti climatici.

3. Fai pressione politica 
E’ fondamentale far capire alla nostra classe politica che il tema ambientale deve essere una priorità nei programmi di qualsiasi partito. Facciamolo presente con insistenza ai nostri rappresentanti che siedono in parlamento così come in qualsiasi aula istituzionale. Pretendiamo da loro azioni tangibili e votiamo chi si impegna a concretizzarle.

4. Ripara, ricicla e riutilizza
Dobbiamo sforzarci di abbandonare al più presto la folle abitudine di cestinare qualsiasi cosa che si rompe. Dieci anni fa sono nati i primi “Repair Café” e oggi se ne contano oltre 1.500 in tutto il mondo: sono piccoli centri nei quali si punta a riparare tutti gli oggetti che altrimenti andrebbero buttati via. Elettrodomestici, informatica, sartoria, ciclismo e oggetti di uso quotidiano. Ma questo è solo un esempio. Mettiamo in atto questa pratica a casa nostra: ne gioverà sia l’ambiente che il nostro portafoglio.

5. Cambia il tuo stile di vita
È la cosa più difficile ma anche la più efficace e importante. La questione è molto semplice: consumiamo troppo. Quindi la parola d’ordine è ridurre. Che cosa? Drasticamente il consumo di carne ad esempio (gli allevamenti intensivi sono responsabili all’80% della deforestazione); così come lo shopping in generale (quella dell’abbigliamento è la terza industria più inquinante del pianeta); gli spostamenti e i viaggi, prediligendo biciclette, treni e turismo sostenibile, piuttosto che auto, aerei e navi da crociera.
Ma soprattutto introducendo nella nostra quotidianità il concetto fondamentale di consumo critico, ovvero informarsi sulla provenienza di tutto ciò che acquistiamo e consumiamo per poi scegliere quei prodotti più etici e sani sia dal punto di vista ambientale che umano.

Un’importante considerazione finale: non dobbiamo salvare il pianeta terra bensì la razza umana (e con noi le altre specie viventi). Prima ce ne renderemo conto, prima inizieremo ad affrontare il problema con efficacia. Il nostro pianeta esiste da 4 miliardi e mezzo di anni. L’essere umano da 100mila anni si e no. Se prendessimo la storia dal big bang ad oggi e la spalmassimo su un anno solare, ovvero 365 giorni, scopriremmo di essere arrivati qui alle ore 23:59:50 del 31 dicembre. In poche parole esistiamo da qualche secondo. Ora capite bene che la Terra con un “colpo di tosse” ci si scrolla di dosso e con un altro “starnuto”, torna più bella di prima. Noi no. Spetta solo a noi dunque decidere se e come salvare il nostro habitat e quindi dare continuità alla nostra specie (e a tutte le altre, alcune palesemente più evolute di noi).

* da  www.beppegrillo.it - 31 agosto 2019