di
Mario
Agostinelli *
È curioso che un governo che
si proclama vicino al popolo ignori apertamente le indicazioni espresse in due
referendum
È curioso, per non
dire contraddittorio, che un governo che si proclama vicino al popolo ignori
apertamente le indicazioni espresse in uno degli strumenti più alti della
sovranità democratica: il referendum. Ancora più discutibile è
l’insistenza del ministro Pichetto Fratin nel decantare le presunte virtù
salvifiche del ritorno al nucleare, mentre l’Italia resta ancorata al
gas e il governo continua a voltare le spalle alle rinnovabili, in un
atteggiamento che sa di negazionismo energetico.
In debito di un esteso
dibattito politico e pubblico sulle implicazioni delle scelte nazionali sulla
transizione energetica, provo qui ad avanzare alcune obiezioni di fondo sulla scorrettezza
politica e la discutibilità giuridica di un processo che avanza con
l’appoggio delle lobby energetiche e confindustriali, sospinto dal governo e in
particolare dal ministro dell’Ambiente. Metto a confronto due evidenze che
parlano da sole: da un lato, le dichiarazioni sempre più disinvolte e
coordinate di esponenti delle Regioni e del governo a favore dell’atomo;
dall’altro, la volontà popolare degli italiani, chiaramente espressa che, fino
a prova contraria, resta ferma nella sua opposizione agli impianti di
fissione.
Senza particolare clamore né
reazioni da parte dell’opinione pubblica, negli ultimi mesi il presidente della
Regione Lombardia e il ministro dell’Ambiente hanno sottoscritto accordi di cooperazione
sul nucleare con interlocutori internazionali di primo piano: rispettivamente con Rafael Grossi, direttore generale
dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e con il Segretario all’Interno degli Stati Uniti,
Doug Burgum. Si tratta di atti ufficiali, presentati alla stampa
come iniziative per “rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza
energetica”, ma che nella sostanza mirano a riaprire la strada al nucleare di
nuova generazione, definito “sicuro e sostenibile”. Pur non avendo valore vincolante
né carattere legislativo, questi accordi assumono un peso politico
significativo, soprattutto perché vengono promossi in assenza di un mandato
popolare e in contrasto con quanto espresso dai cittadini nei referendum
del 1987 e del 2011.
Il quadro di riferimento in
cui si inquadrano queste iniziative è un ddl approvato a maggioranza della Conferenza
Unificata delle Regioni e non ancora approdato in Parlamento. Un
progetto che ambisce a disciplinare l’intero ciclo di vita dell’uranio:
dalla ricerca alla costruzione degli impianti, fino allo smantellamento e alla
gestione dei rifiuti, senza alcun riferimento ai vincoli posti
dall’esito referendario.
L’attivismo del governo è
evidente e si dispiega ovunque, tranne che nelle sedi istituzionalmente
dedicate al confronto e a un dibattito pubblico aperto. In quelle sedi
opportune si dovrebbe tener conto di un macigno sulla strada che Pichetto
Fratin percorre nelle occasioni a lui più congeniali, ostentando dati e
orientamenti, come i costi, i tempi e la sostenibilità dell’operazione da lui
promossa, ampiamente contestabili: l’esito dei referendum antinucleari. Il
referendum nel 1987 dopo Cernobyl ha avuto una affluenza del 65.12%:
80,57% Sì 14,96% No. Il referendum nel 2011 dopo Fukushima ha avuto una
affluenza del 54,79%: 94,05 Sì, 5,95% No.
Sul piano dei contenuti,
l’ultimo referendum del 2011 ha abrogato due commi di legge relativi al
nucleare:
– Art. 7, comma 1, lettera d) del DL 25/6/2008: “Realizzazione nel territorio
nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”;
– Art. 10, comma 5 della Legge 23/7/2009, n. 99: “Ripresa del programma
nucleare nazionale”.
Un ostacolo così chiaramente
delineato può essere superato solo attraverso un nuovo ricorso al referendum
e non basta affermare la “sostenibilità” o la “sicurezza” delle moderne
tecnologie dei reattori e del ciclo fissile dell’uranio. Come è possibile
allora varare un programma che contempla non solo il lancio sotto nuove forme
di impianti della stessa generazione precedente (Smr – Small Modular
Reactors) ma, addirittura, l’obiettivo di una quota dall’11 al 22%
dell’atomo nel mix energetico al 2050?
Mi piacerebbe si
dimostrasse che il nuovo nucleare è improvvisamente diventato sostenibile
per l’ambiente e la vita e che il rischio d’incidente e il lascito delle scorie
sono sostanzialmente diversi da quelli bocciati. Ad oggi la tecnologia dei
circa 100 Smr necessari per raggiungere gli obiettivi indicati da Pichetto
Fratin non cambia la sostanza giuridica: abbiamo a che fare con impianti
nucleari nel senso pieno del termine.
In precedenti occasioni ho già affrontato su questo blog
questioni specifiche che si ricollegano ai ragionamenti qui abbozzati, a
partire dalle previsioni su tempi e costi e dalla scommessa su sicurezza,
flessibilità, economicità e autonomia energetica, nonché dalla gestione
delle scorie radioattive. Questa volta sollevo una questione di metodo,
prima ancora che di merito: non è in discussione il diritto del Parlamento di
legiferare, ma il dovere delle istituzioni di rispettare la volontà popolare,
soprattutto quando è stata espressa in modo inequivocabile e democratico,
attraverso strumenti come il referendum. Ignorarla non significa esercitare la
sovranità, ma svuotarla.
* da ilfattoquotidiano - 12 Settembre
2025