23 luglio 2021

Il Reddito di cittadinanza si può cambiare: ecco come va potenziato

Il bilancio Caritas. Ha funzionato e i suoi difetti sono comuni a tutti i paesi Ocse. L’Italia era all’ultimo posto per aiuti ai poveri: ora è possibile renderlo più efficace

di Domenico De Masi *

Mentre i media continuano a confondere le idee sul Reddito di cittadinanza, studiosi attenti e studi accurati si sforzano di fare chiarezza. Il risultato più recente di questi sforzi è offerto dalle 487 pagine del rapporto Lotta alla povertà. Imparare dall’esperienza, migliorare le risposte. Un monitoraggio plurale del Reddito di cittadinanza, appena pubblicato dalla Caritas, organismo pastorale della Conferenza Episcopale. Con dovizia di dati, offre un aiuto prezioso a coloro che intendono informarsi su chi ha ricevuto il Rdc, come è stata organizzata la rete del welfare locale, quali sono stati i percorsi di inclusione sociale e lavorativa, quali nodi di attuazione sono stati messi in luce dalla sua applicazione. Due capitoli sono dedicati al rapporto tra il Rdc e i beneficiari dei servizi della Caritas; altri due al reddito minimo così come adottato nei Paesi Ocse e al Rdc in una prospettiva comparata. Tre capitoli sono dedicati alle misure emergenziali attuate per fronteggiare il Covid. I due capitoli finali sono dedicati alle proposte per il riordino del Rdc e all’impegno della Caritas in questo senso.

Sono stato così puntiglioso sui contenuti del Rapporto per sottolineare quante cose si dovrebbero sapere prima di chiedere un referendum per abolire una misura che – secondo le parole del responsabile delle politiche sociali della Caritas – “punta a favorire l’autonomia e lo sviluppo integrale delle persone sostenendole dal punto di vista sociale e lavorativo”. È una misura che coinvolge problemi complessi, molto difficili da analizzare e risolvere perché intersecano la politica, l’economia e la sociologia, ma che vanno affrontati scientificamente se si vogliono evitare conseguenze sociali ancora più irreparabili. Mi limito qui solo a un paio tra i tanti argomenti affrontati dal Rapporto Caritas. Premessa: si parla di Rdc includendovi la Pensione di cittadinanza (Pdc).

Il Paese più avaro   Un capitolo compara il nostro Rdc con il reddito minimo in vigore nei Paesi Ocse. Obiettivo del reddito minimo è la target efficiency, la capacità di raggiungere le fasce più deboli di popolazione. In media, nei 37 Paesi Ocse, l’11% della popolazione in età lavorativa è a rischio povertà mentre in Italia è il 15%. Se si considerano i soli disoccupati, sale al 30% nell’Ocse e al 59% in Italia. Come si cautelano i cittadini contro questo rischio? Quelli che lavorano e guadagnano a sufficienza pagano contributi sociali che, in caso di perdita del lavoro, permettono loro di ricevere aiuti (pensione, Cig, indennità di malattia, ecc.). Agli altri, lo Stato assicura sussidi assistenziali come il reddito minimo a cui spesso ne vengono affiancati altri per i figli piccoli, l’affitto, la disabilità, ecc.

Tutti i 37 Paesi dell’Ocse prevedevano già molto prima dell’Italia trasferimenti simili al nostro Reddito di cittadinanza. Oggi i trasferimenti sociali di tipo non contributivo, rispetto al totale dei trasferimenti, rappresentano l’82% in Danimarca, il 71% in Irlanda, il 60% in Germania e il 51% in Francia. In Italia non superano il 38%. Insieme al Portogallo siamo il Paese più ingiusto sulla ripartizione dei trasferimenti: nel 2018, mentre il 43% di tutti i sussidi erogati alla popolazione in età lavorativa è andato al 20% più agiato sotto forma di cassa integrazione, pensioni anticipate, pre-pensionamenti, ecc., solo l’8% è arrivato al quintile di reddito più basso.

Fin quando c’era il Rei, l’Italia era al 37° posto (cioè all’ultimo) tra tutti i Paesi dell’Ocse per ammontare di sussidi erogati ai suoi poveri; con il Rdc siamo passati al 33° posto. Questo piazzamento è vergognoso se si considera da una parte l’annoso ritardo con cui è stato attivato il Rdc e l’esiguità dell’importo, dall’altra che il nostro è l’ottavo Paese al mondo per Pil e che, nell’ultimo decennio, i 6 milioni di italiani più ricchi, nonostante la crisi, hanno visto aumentare del 72% il loro patrimonio. Eppure, quando si discuteva se introdurre il Rdc, un coro che andava da Salvini al cardinale Bassetti, presidente della Cei, piagnucolò che non si sapeva dove prendere i soldi.

Un bilancio    Il Rdc ha poco più di due anni. Nel 2020 vi erano in Italia 26 milioni di nuclei familiari di cui il 91,4% non pativa povertà (dati Istat e Inps). Il resto versava in uno stato di povertà assoluta (2 milioni, il 7,7%) o povertà relativa (5,5 milioni). Le famiglie che hanno ricevuto il Rdc sono state 1,58 milioni, il 4,7%, con oscillazioni che vanno dallo 0,2% a Bolzano al 12,2% in Campania. Nel 17% dei nuclei percettori vi sono disabili; nel 29% ci sono minori.

L’importo medio è stato di 584 euro. Basta per uscire dalla povertà assoluta? Secondo il Rapporto, “malgrado un tasso di copertura non molto elevato, il Rdc ha avuto un effetto significativo sulla povertà e sulla diseguaglianza”. La percentuale delle famiglie in povertà assoluta è diminuita di 1,7 punti e quella delle famiglie in povertà relativa di 1,3 punti, mentre l’Indice di Gini è migliorato dallo 0.334 allo 0.326. Il 57% di quanti hanno ricevuto il Rdc sono usciti dalla povertà. Non è poco.

Il welfare    Come ho detto, la povertà è un capitolo socio-economico molto complesso. Chi denunzia con livore o si scandalizza dei difetti riscontrati in questi due anni o gioca una sua partita elettorale sulla pelle dei poveri o dimostra la propria ignoranza della materia. Il welfare, di cui il Rdc fa parte, non è un’invenzione di comunisti o socialdemocratici. Lo impose il “cancelliere di ferro” Otto von Bismarck, odiato dai socialisti, come astuta risposta alle sfide della società industriale e alle istanze religiose per arginare le rivendicazioni sindacali, la lotta di classe e le spinte rivoluzionarie. Avversare il welfare da parte dei ricchi significa essere imprudenti; sostenere che nei Paesi capitalisti la povertà si combatte con la crescita significa non aver capito come mai in ricche nazioni come gli Usa crescano sia la ricchezza che il numero degli indigenti.

L’adozione del Rei prima e del Rdc dopo va considerata come un test per individuare i problemi e risolverli. Due di questi, prevedibili ma solo ora quantificabili, consistono nel fatto che un certo numero di poveri non lo ha percepito mentre un certo numero di percettori del sussidio non lo meritava. Questa anomalia, presente in tutti i Paesi, è scontata ma va circoscritta il più possibile.

Gli ingenui   Su 100 famiglie, 6,9 sono povere. Di queste, 3,9 (il 56%) non hanno percepito il Rdc perché non ne conoscevano l’esistenza o non sono riuscite a sbrigare le pratiche necessarie, o perché non hanno saputo calcolare bene il loro grado di povertà, soprattutto se possessori di mobili e immobili. Ma come mai è così difficile raggiungere i poveri meritevoli del sussidio? Prendiamo il caso limite: i barboni. Nei 158 Comuni dove si è cercato di individuarli, sono risultati in circa 60.000 quindi è probabile che in tutto il Paese siano almeno il quadruplo (negli Stati Uniti sono 532.000 e in Germania 337.000). Il Rapporto riferisce che il 45% dei nuclei assistiti dalla Caritas non ha percepito il Rdc perché neppure sapeva che esistesse, o credeva di non averne i requisiti, o aveva difficoltà nel presentare la domanda, o mancava di un sufficiente supporto e orientamento. Se tutte le forze di sinistra, tutti i sindacati e tutti gli uomini di buona volontà che dicono di battersi per la giustizia sociale, se tutte le associazioni caritatevoli e filantropiche che procurano minestre calde ai barboni, avessero accompagnato i poveri di loro conoscenza nell’itinerario burocratico che conduce al sussidio statale, molte decine di migliaia di senzatetto avrebbero sostituito la dipendenza poco dignitosa dalla carità aleatoria con il diritto civile alla sopravvivenza riconosciuta e assicurata dallo Stato.

Comunque la difficoltà di intercettare si riscontra in tutti i Paesi. In Germania il sussidio Alg II ha impiegato 15 anni per raggiungere 15 milioni di poveri, il 60% dei potenziali destinatari. Tutto sommato l’Italia è in una situazione migliore, nonostante abbia Centri per l’Impiego di gran lunga più sgangherati. Già nel primo mese di erogazione, da noi si contava più di mezzo milione di nuclei beneficiari, diventati 1,13 milioni nel marzo 2021.

I “furbi”   Il caso opposto è quello dei percettori del sussidio che non lo meritano. Anche questo fenomeno si riscontra in tutti i Paesi Ocse, ma in Italia rappresenta il grande cavallo di battaglia dei nemici del Rdc. Se si usasse lo stesso criterio anche per il sistema fiscale, si dovrebbe passare all’abolizione delle tasse dal momento che ci sono i furboni che le evadono. La caccia a questi furbetti del Rdc è diventato il piatto forte dei talk show. Come abbiamo visto, su 100 nuclei, 4,7 hanno percepito il Rdc. Di questi, l’1,7% non possedeva i requisiti per meritarlo. Questo 1,7 equivale al 36% di tutti i nuclei che hanno percepito il reddito. La percentuale aumenta nei nuclei di piccole dimensioni; nel Nord si ferma al 29% ma nel Mezzogiorno arriva al 40%.Cristiano Gori, responsabile scientifico del Rapporto, riconosce “l’importanza di avere una misura di contrasto della povertà ben finanziata nel nostro Paese. Un obiettivo per il quale Caritas Italiana si è sempre impegnata e che – per decenni – è sembrato irraggiungibile”. Dopo 70 anni di incuria, questi due anni di sperimentazione erano indispensabili, altrimenti oggi i tempi non sarebbero maturi per un riordino della materia, finalmente capace di saldare il debito tra lo Stato e i suoi cittadini meno fortunati.

* da ilfattoquotidiano.it -23 luglio 2021

14 luglio 2021

Eolico e fotovoltaico di nuova costruzione sono più economici del carbone già in esercizio


di Redazione QualEnergia.it ( 24 giugno 2021)

Il sorpasso anche in Cina e India, mostrano i dati Bnef sugli LCOE (*) aggiornati a giugno 2021.

Fotovoltaico ed eolico, con i costi attuali, battono non solo le centrali termoelettriche di nuova costruzione, ma anche gli impianti a carbone già in esercizio, e lo fanno anche in mercati chiave come Cina e India.

 


Dopo il report Irena con i dati 2020, che abbiamo ripreso ieri, a sancire il sorpasso è Bloomberg New Energy Finance, che ha pubblicato alcuni numeri interessanti aggiornati alla prima metà del 2021.

Gli LCOE aggiornati

Ad oggi, per fotovoltaico e l’eolico a terra i costi di generazione LCOE (cioè “tutto compreso”), scrive Bnef, sono scesi a una media rispettivamente di 48 e 41 $/MWh, un calo rispettivamente del 5% e del 7% dalla prima metà del 2020 e dell’87% e del 63% dal 2010.

Continua

(*) Levelized Cost of Energy (LCOE) rappresenta il ricavo medio per unità di elettricità generata necessario a recuperare i costi di costruzione.

9 luglio 2021

Speranza e i 2 mld sulle Case di Comunità. Cosa sono e i dubbi dei medici di famiglia

 di Adalgisa Marrocco *

 La pandemia ha fatto emergere falle e criticità del sistema sanitario, anzitutto per quanto riguarda l’assistenza medica sul territorio. Nelle settimane più calde dell’emergenza moltissimi pazienti che non presentavano quadri clinici complessi hanno intasato i Pronto Soccorso, oppure hanno occupato posti letto nonostante fossero idonei ad usufruire di cure domiciliari. Ora, per porre rimedio, il PNRR  (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) indica come prima riforma da attuare il rafforzamento dei servizi territoriali, da un lato tramite l’attivazione di Ospedali e Case di Comunità, dall’altro sostenendo l’assistenza domiciliare attraverso lo sviluppo efficiente della telemedicina.

“Vogliamo chiudere la stagione dei tagli” al Servizio sanitario nazionale e “aprire quella degli investimenti”, ha detto oggi il ministro della Salute Roberto Speranza nel suo intervento all’audizione alla Camera alla Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, parlando di circa 20 miliardi messi a disposizione per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale. “Investiremo 2 miliardi sulle case di comunità, che sono luoghi di assistenza sanitaria e accompagnamento di natura sociale. Ne finanzieremo 1.350 (oggi ce ne sono solo 489, ndr) e saranno una prima risposta sia di carattere sociale che sanitario”, ha aggiunto Speranza affermando che “la pandemia insegna che spesso dove c’è un problema sociale arriva un problema sanitario ed è vero anche il contrario, dove c’è un problema sanitario arriva poi quello sociale”.

“Questi 1.350 presidi reali presenti in tutte le aree del paese prevedono il coinvolgimento di soggetti di cure primarie e assistenti sociali. Poi ci sarà un miliardo sugli ospedali di comunità, circa 400, a prevalente gestione infermieristica per le cure intermedie”, ha concluso Speranza.

Ma che cosa sono e come saranno organizzate le Case di Comunità? E quale sarà il ruolo dell’assistenza domiciliare e degli Ospedali di Comunità?

Cosa sono le Case di Comunità

Attenzione alla salute e alle problematiche sociali. È questo, secondo quanto illustrato nel  PNRR, il fulcro del progetto che riguarda le Case di Comunità, strutture sanitarie attraverso cui coordinare tutti i servizi offerti, in particolare ai malati cronici e dove sarà presente un punto unico di accesso alle prestazioni sanitarie. “La Casa della Comunità – si legge nel PNRR – sarà una struttura fisica in cui opererà un team multidisciplinare di medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, medici specialistici, infermieri di comunità, altri professionisti della salute (logopedisti, fisioterapisti, dietologi, tecnici della riabilitazione e via discorrendo, ndr) e potrà ospitare anche assistenti sociali”.

La Casa di Comunità dovrà diventare un punto di riferimento per la popolazione, anche attraverso un’infrastruttura informatica. Nell’offerta al cittadino saranno inclusi servizi consultoriali con particolare attenzione alla tutela del bambino, della donna e dei nuclei familiari. Secondo il PNRR, questi luoghi di assistenza dovrebbero essere attivati entro la metà del 2026, sfruttando sia strutture già esistenti che nuove.

Il ruolo degli Ospedali di Comunità e l’assistenza domiciliare

L’ospedale come lo conosciamo oggi diventerà il luogo preposto alla cura di malattia grave o ad interventi chirurgici. Per quanto riguarda invece i ricoveri brevi e i pazienti a bassa intensità di cura, ci si rivolgerà all’Ospedale di Comunità: una struttura a gestione prevalentemente infermieristica, con un numero limitato di posti letto.

Il PNRR punta anche sull’assistenza domiciliare. L’obiettivo è aumentare il volume delle prestazioni a domicilio fino a prendere in carico, entro la metà del 2026, il 10% della popolazione over 65. Secondo il PNRR, è prevista l’attivazione di 602 Centrali operative territoriali (Cot), una in ogni distretto, con la funzione di coordinare i servizi domiciliari con gli altri servizi sanitari, assicurando l’interfaccia con gli ospedali e la rete di emergenza-urgenza. Gli interventi, dunque, si rivolgono in particolare ai pazienti di età superiore ai 65 anni con una o più patologie croniche e/o non autosufficienti.

Le criticità

Case di Comunità, Ospedali di Comunità e rafforzamento dell’assistenza domiciliare dovranno essere la risposta alle crescenti esigenze della medicina di prossimità. Un fronte caldo, che rischia di diventare bollente nei prossimi anni a causa di diversi fattori. “La pandemia – sottolineano gli esperti Claudio Buongiorno Sottoriva, Francesca Meda, Francesco Longo, Michela Bobini su Welforum.it, sito promosso dall’Associazione per la ricerca sociale (ARS) – ha reso evidenti alcuni aspetti fortemente critici del nostro Servizio sanitario nazionale, soprattutto in termini di assistenza territoriale, aspetti che rischiano di essere notevolmente aggravati dalla crescente domanda di cure dovuta a fattori demografici (si stima un aumento del 57% di over75 nei prossimi 50 anni), epidemiologici (è previsto un incremento di 1,4 milioni di cronici nei prossimi 5 anni) e sociali (in 10 anni aumenteranno di circa 1,4 milioni le famiglie unipersonali, che già oggi compongono il 31% della popolazione europea e il 33% di quella italiana)”. 

Le azioni del PNRR vanno nella direzione di porre rimedio alle “rilevanti disparità territoriali che ancora caratterizzano il nostro paese e potenziare i servizi di prossimità” ma che – secondo il gruppo di studiosi di economia, management e politiche sanitarie – devono essere inserite in una “cornice strategica ampia, con una visione di insieme complessiva su ciò che oggi è necessario cambiare, rafforzare, ripensare in ambito di assistenza territoriale”.

I dubbi dei medici di famiglia: presenza sul territorio e necessità di personale aggiuntivo

“Stando ai dati annunciati, al momento il numero di Case di Comunità espresse sulla caratteristica della superficie in chilometri quadrati italiani, circa 1.300 rispetto ai 302 mila chilometri quadrati, indicherebbe la presenza di una struttura a disposizione ogni 200 chilometri quadrati, che non costituirebbe di certo un’offerta di prossimità. Bisognerà inoltre comprendere come verrà trattata la questione dei piccoli centri abitati, ricordando che 16 milioni di italiani vivono in comuni con meno di 5 mila abitanti e rischiano di essere tagliati fuori”, dice all’HuffPost Silvestro Scotti, segretario generale di Fimmg – Federazione Italiana Medici di Medicina Generale.

Per Scotti è necessario approfondire gli aspetti operativi: “Per il momento si parla esclusivamente delle strutture fisiche, tralasciando gli aspetti operativi e la gestione delle risorse umane. Per evitare che la coperta risulti troppo corta, andando a discapito del cittadino, ci sarà bisogno di personale aggiuntivo, da non sottrarre ad altre strutture. Al momento, inoltre, non è stato sciolto il nodo del rifinanziamento del personale, che riguarda anche i medici di famiglia”.

“Se noi medici di famiglia saremo chiamati a gestire i pazienti dei nostri studi e contemporaneamente a prestare servizio all’interno delle Case di Comunità non credo che il sistema potrà reggere. Troppo facilmente si dimentica che la nostra attività non si ferma agli orari di studio, a questo va aggiunto che il carico di lavoro sta diventando sempre più gravoso a causa dell’aumento dell’età media della popolazione, delle patologie croniche e via discorrendo. Il nostro ruolo rimane fondamentale sul territorio”, aggiunge il segretario generale di Fimmg.

Scotti sottolinea che quelle dei medici di famiglia sono “analisi e valutazioni fatte sulla base dei dati e delle informazioni disponibili, che ancora dicono poco sugli aspetti pratici della riorganizzazione dell’assistenza al paziente”.

* da Huffpost  via infosannio - 8 luglio 2021        

( La pubblicazione dell’intervento non comporta la totale condivisione dei contenuti )

 

16 giugno 2021

Istat conferma crescita della povertà assoluta nel 2020: “Riguarda 5,6 milioni di persone. Nord supera Sud per famiglie povere”


Il rapporto dell'Istituto ribadisce il quadro delineato dalle stime preliminari di marzo: nell'anno della pandemia toccati valori record da 15 anni. La crescita più ampia si registra nelle Regioni settentrionali dove la povertà familiare sale al 7,6%. L'incidenza più alta tra i cittadini stranieri e nelle famiglie con minori. "Si è ridotto il valore dell'intensità della povertà assoluta grazie alle misure di sostegno come il reddito di cittadinanza e l'estensione della cassa integrazione"

di F. Q. *

Nel 2020 la povertà assoluta in Italia è tornata a crescere e ora riguarda oltre 5,6 milioni di persone contro i 4,6 milioni dell’anno prima. Il rapporto dell’Istat conferma le stime preliminari diffuse a inizio marzo: dopo il miglioramento del 2019, nell’anno della pandemia la povertà assoluta è aumentata raggiungendo il livello più elevato dal 2005 (inizio delle serie storiche). Confermata anche la dinamica territoriale: se l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma più alta nel Mezzogiorno (9,4%, da 8,6%), la crescita più ampia si registra nel Nord dove la povertà familiare sale al 7,6% dal 5,8% del 2019. Così, nel 2019 le famiglie povere del nostro Paese erano distribuite quasi in egual misura al Nord (43,4%) e nel Mezzogiorno (42,2%), nel 2020 arrivano al 47% al Nord contro il 38,6% del Sud, con una differenza in valore assoluto di 167mila famiglie.


Il report dell’Istat rileva che nel 2020 sono in condizione di povertà assoluta oltre due milioni di famiglie, pari al 7,7% del totale dal 6,4% del 2019. Si tratta appunto di oltre 5,6 milioni di individui, pari al 9,4% dal 7,7% dell’anno precedente. Cresce anche l’incidenza tra i cittadini stranieri residenti che sale al 29,3% (dal 26,9%). Nel 2020 la povertà assoluta in Italia colpisce 1 milione 337mila minori, pari al 13,5%, rispetto al 9,4% degli individui a livello nazionale. Le famiglie con minori in povertà assoluta sono infatti oltre 767mila, con un’incidenza dell’11,9% (9,7% nel 2019). La maggiore criticità di queste famiglie emerge anche in termini di intensità della povertà, con un valore pari al 21% contro il 18,7% del dato generale. Significa che oltre a essere più spesso povere, le famiglie con figli sono anche in condizioni di disagio più marcato.

In termini generali, invece, il valore dell’intensità della povertà assoluta – che misura in termini percentuali quanto la spesa mensile delle famiglie povere è in media al di sotto della linea di povertà (cioè ‘quanto poveri sono i poveri’) – registra una riduzione (dal 20,3% al 18,7%) in tutte le ripartizioni geografiche. Tale dinamica, scrive l’Istat, è frutto anche delle misure messe in campo a sostegno dei cittadini (reddito di cittadinanza, reddito di emergenza, estensione della Cassa integrazione guadagni) che hanno consentito alle famiglie in difficoltà economica – sia quelle scivolate sotto la soglia di povertà nel 2020, sia quelle che erano già povere – di mantenere una spesa per consumi non molto distante dalla soglia di povertà. Per quanto riguarda la povertà relativa, prosegue l’Istat, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni (10,1%, da 11,4% del 2019).

Anche in termini di individui è il Nord a registrare il peggioramento più marcato, con l’incidenza di povertà assoluta che passa dal 6,8% al 9,3% (10,1% nel Nord-ovest, 8,2% nel Nord-est). Sono così oltre 2 milioni 500mila i poveri assoluti residenti nelle regioni del Nord (45,6% del totale, distribuiti nel 63% al Nord-ovest e nel 37% nel Nord-est) contro 2 milioni 259mila nel Mezzogiorno (40,3% del totale, di cui il 72% al Sud e il 28% nelle Isole). In quest’ultima ripartizione l’incidenza di povertà individuale sale all’11,1% (11,7% nel Sud, 9,8% nelle Isole) dal 10,1% del 2019; nel Centro è pari invece al 6,6% (dal 5,6% del 2019).

Per classe di età, l’incidenza di povertà assoluta raggiunge l’11,3% (oltre 1 milione 127mila individui) fra i giovani (18-34 anni); rimane su un livello elevato, al 9,2%, anche per la classe di età 35-64 anni (oltre 2 milioni 394 mila individui), mentre si mantiene su valori inferiori alla media nazionale per gli over 65 (5,4%, oltre 742mila persone).

* 16 Giugno 2021