L’estate più calda che l’Europa ricordi è appena finita, le grandi capitali europee raccolgono i cocci di tre mesi quasi ininterrotti di un’ondata di calore come non si era mai registrata. Come se la sono cavata? Cosa stanno facendo per affrontare l’estate prossima, che si annuncia anche peggiore? Il 23 settembre abbiamo visto Parigi, il 26 settembre Madrid, oggi andiamo a Londra, nei prossimi giorni vedremo Berlino e Roma.
di Leonardo Clausi - ( da il manifesto - 29 settembre 2026 )
Le città invivibili Nel brano dei Clash ardeva la noia dei giovani londinesi, ma era il ’77. Oggi Londra brucia sul serio: un milione di case a rischio termico, il convegno Onu sul clima annullato per il caldo
London’s burning, gridava una punk band londinese a fine Settanta. Allora bruciava metaforicamente di noia. Oggi, letteralmente. Tanto che perfino il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha fatto ricorso ai Clash per descrivere lo stato, riarso e liquefatto, della capitale. “London isn’t just calling. It’s cooking” – aveva detto Guterres lo scorso 26 giugno, parlando a un evento della London Climate Action Week. Lo stesso giorno, per il troppo caldo si cancellavano alcuni appuntamenti del medesimo convegno (dal titolo “Caldo estremo: migliorare la governance e rafforzare gli interventi in tutto il mondo”) – nemmeno avessero avuto bisogno, i delegati, di una verifica circa la sua effettiva necessità. La sede, la prestigiosa London School of Economics – la stessa che un tempo sfornava economisti fabiani e oggi kryptobanchieri accelerazionisti – non aveva abbastanza condizionatori d’aria, come del resto quasi tutta la città. Le previsioni davano una massima di 37 gradi. Che nei termometri in vendita in un paese quasi alla stessa latitudine di Danimarca e Norvegia forse nemmeno sono indicati. In Fahrenheit, naturalmente.
NOVE IMMOBILI su dieci nel Regno Unito non sono progettati per resistere al caldo delle estati presenti e future, con i 40 gradi destinati a diventare la norma entro il 2050, mentre le heatwave, le ondate di calore che hanno ustionato la capitale quest’anno – si ostinano a chiamarle ancora ondate, anche se ormai sono lo status quo stagionale per tutto il paese – arrivavano a sei. La prima era iniziata il 22 maggio e il 25 maggio faceva registrare il record nazionale per la giornata più calda del mese, quando a Kew Gardens si rilevavano 35 gradi superando i precedenti 32,8 rilevati nel 1922; record nuovamente battuto il giorno successivo, quando vi si superavano i 35. Le altre cinque si sarebbero susseguite fino al nove agosto. Come le “ondate,” anche i “record” di calore, battuti di routine, sono ormai perfettamente inutili. Il bollettino è di 550 vittime, calcolando gli annegamenti in laghi e fiumi dovuti alle inesperte – e fatali – ricerche di refrigerio. Sotto scacco strade ferrate, fognature vittoriane, le case a schiera, le stazioni della metropolitana e gli edifici pubblici progettati in funzione di un clima ormai estinto. Sono circa un milione le abitazioni, oltre 1.300 le scuole, 60 gli ospedali e 351 le case di cura che si trovano in aree ad alto rischio termico.
CONTEMPORANEAMENTE al convegno sul surriscaldamento revocato per surriscaldamento, il sindaco Sadiq Khan presentava Heat Ready London, il primo piano globale in assoluto della capitale in materia, mirante a climatizzare scuole, uffici e ospedali, ad ampliare l’accesso alla rete di spazi pubblici dedicati al raffreddamento e ad aumentare la disponibilità di acqua potabile pubblica. Le misure prevedono l’inverdimento urbano – l’accelerazione della copertura arborea e l’espansione degli spazi verdi per contrastare l’effetto isola di calore e la preparazione alle emergenze, con la dotazione ai pompieri di nuove tecniche antincendio e di veicoli avanzati di supporto sul terreno per combattere gli incendi boschivi, anche questi mai frequenti come quest’anno.
COSÌ, MENTRE fratellastro sole ingialliva i prati, gli orticoltori di Kew Gardens e dei Royal Parks cercavano di salvare il patrimonio arboreo storico della città. Ben sapendo che le prolungate ondate di caldo segano la vita degli alberi tradizionali, hanno iniziato a rimodellare attivamente la flora della capitale con irrigazione delle querce secolari, ma anche l’importazione di varietà mediterranee particolarmente resistenti. I parchi pubblici di Londra sono ora un laboratorio vivente per il raffreddamento urbano, alla faccia dell’insostenibile nativismo vivaistico. C’è poi la siccità nel paese che ha inventato il golf: dopo una primavera già torrida secondo gli standard, l’Inghilterra ha registrato il luglio più secco di sempre, con precipitazioni pari solo al 10% della media pluriennale per quel mese. Oltre 27 milioni di persone sono state colpite da restrizioni all’uso dell’acqua e da divieti temporanei di annaffiamento del giardino – un altro colpo feroce per il luogo che ha “inventato” l’orticoltura moderna, e dove annaffiare era assolutamente inutile.
Come in già in inverno, la capitale soffre poi di diffusa povertà energetica. I londinesi “meno abbienti” hanno subito le conseguenze più gravi del bollore, mentre un disagio stagionale diventava una grave crisi sanitaria, tempestata delle solite disuguaglianze. Se l’upper-middle class poteva rifugiarsi in ambienti climatizzati o in seconde case nei vari -shire, le comunità più povere sono rimaste in gran parte intrappolate in abitazioni trasformate in casseruole. Nelle house – vittoriane/edoardiane/georgiane – la camera da letto del secondo piano diventa inabitabile, mentre nei flat popolari di cemento i materiali poveri, arroventati, letali.
QUA E LÀ, la sudorifera veglia notturna ha pungolato l’estro: federe dei cuscini in frigorifero, dormire su asciugamani bagnati o direttamente sulle piastrelle della cucina, appendere lenzuola umide alle finestre. I più vulnerabili si lasciavano truffare a migliaia comprando finti miracolosi condizionatori progettati da ex ingegneri della Nasa generati con l’Ia su youTube. Il tutto proprio ora che il raffreddare succhia più energia del riscaldare: per tre volte l’Operatore nazionale dell’energia ha lanciato un allerta sulla disponibilità di energia elettrica con il fabbisogno climatizzante al massimo e con la rete stessa sotto pressione per il caldo intenso.
DIRE ADDIO alla fredda, umida, dickensiana, bigia, mezzoguantata Londra, insomma. All’agognato ingresso in un pub in inverno, le lenti degli occhiali che si annebbiano; ai tappeti, le moquette e alle carte da parati multistrato; alla condensa, che gocciola pigra all’interno dei vetri. Fuori, dire addio al drizzle, il vapore acqueo impalpabile. E a quel verde più tenero della pelle di un bebè alieno nei parchi. Anche la capitale britannica, una delle città nordeuropee più distinguibili per l’atavica lotta del carbone contro gli elementi, si ritrova ormai vittima di secoli di adattamento al freddo che ne hanno plasmato la cultura ancor prima che la vita materiale. Le avvisaglie si stagliavano all’orizzonte già da un ventennio, quando le prime Irish Guards, imbacuccate in lanose divise e schiacciate sotto gli iconici/fallici colbacchi di pelo e pelle d’orso, cominciavano a stramazzare al suolo svenuti durante esercitazioni e cambi della guardia estivi. Ciò che appariva come emblematica prefigurazione della caduta della monarchia e del militarismo, altro non era che quella dell’impennata delle temperature. L’altro treno alla fine del tunnel.
nella foto: Londra, bagno di sole sull’erba (un po’ ingiallita) di Greenwich Park





