1 aprile 2026

Dopo l’astensionismo e il referendum c’è solo la democrazia partecipata

di Massimo Marino

Un sospiro di sollievo sì, ma mi guardo bene dal pensare che siano decisivi per il paese  i risultati del referendum che non migliorava nulla della Giustizia. Ho votato NO  senza entusiasmi riconoscendo una priorità:  la Costituzione e l’autonomia della magistratura non si toccano.

L’eccitazione dilaga e testardamente è bene concentrarsi sugli obiettivi che  vale la pena sostenere. Perché di un progetto o un programma comune per l’alternativa, al momento non c’è traccia.

Trovo malsana l’idea che un ristretto gruppo di leader chiusi in una stanza per qualche settimana si mettano a discutere di come fare le primarie. Cacciari e la Bindi  primi fra tanti, hanno indicato l’ovvio: che oggi senza progetto comune lasciarli soli a parlare di primarie e di leader  si farebbero solo male.

Non ci sono proposte per l’astensionismo, neppure una proposta per la legge elettorale, non si capisce su quali obiettivi si dovrebbe costruire una coalizione. E’ un film già visto e non finisce bene. Si dovrebbe parlare invece di alcune priorità:

- politica salariale e precarietà - cioè reddito di sopravvivenza, salario minimo, salario medio, legge sulla rappresentanza sindacale.

- migranti - uscendo dal binomio fallimentare fra razzismo e ong andrebbero  gestiti dallo Stato corridoi di entrata, percorsi di integrazione e garanzie di sicurezza dei cittadini.

-  sviluppo delle rinnovabili e transizione energetica - rimuoviamo il sabotaggio alle rinnovabili  in discesa nel 2025 mentre salgono in tutta Europa, invece di  straparlare di cento piccoli reattori nucleari che non faremo mai mentre continuiamo a garantire superprofitti per gas, petrolio e carbone. Non sono temi da accantonare visto che si sta anche per rinnovare gli Amministratori di vertice delle Società energetiche (Eni, Enel, Terna ). Figure che per le scelte energetiche e l’economia contano quanto un Ministro.

- mobilità - dopo il secolo passato dell’automotive  come mezzo di trasporto privato ed individuale dovremmo cominciare a considerare l’auto residuale. Ci servono con urgenza reti di metropolitane in tutte le grandi e medie città. E’ ora di  immaginare una mobilità su quattro vettori autonomi e indipendenti fra loro : a piedi, in bici, sulle metro connesse con le ferrovie, e solo quando è indispensabile utilizzare su strade e autostrade  le auto prevalentemente elettriche con  batterie caricate da rinnovabili. E’ una conversione fattibile in uno o due decenni e i vantaggi economici e ambientali sarebbero enormi.

Sono quattro questioni decisive, quelle su cui si costruiscono le fondamenta di un progetto. Ho chiaro cosa ne pensano quelli che  stanno  governando ma non conosco le opinioni delle opposizioni.

L’esperienza tormentata degli ultimi cinque  governi ( Renzi, Gentiloni, Conte I° e II°, Draghi ) ci ha portato a regalare per la prima volta  l’Italia ad un penoso aggregato di destra-centro unico in Europa.

Servirebbe  che un folto gruppo di persone a titolo diverso, di diverse parti della società (associazioni, comitati studenteschi, sindacati, ordini e consulte, esponenti di cultura, scienza, salute, scuola e università, magistratura, esponenti di forze armate e ordine pubblico ) insieme ai rappresentanti dei tre principali partiti antagonisti al cdx provassero a trovare il compromesso giusto. E’ un impegno lungo e tortuoso il cui esito positivo non va dato per scontato. Intendo giusto per la gran parte della società, non per questo o quel partito o gruppo di interesse potenziale vincitore del momento. Mi sembra diffusa l’opinione che dopo la valanga astensionista e un referendum salvavita,  incombendo una minoranza pericolosa che ci governa solo grazie ad una legge elettorale truffaldina, solo una grande svolta di democrazia partecipata sia in grado di garantire il cambiamento.

La tentazione di trovare scorciatoie affrettate ragionando di primarie la ritengo un errore fatale anche se la coalizione al governo arrivasse ad una improbabile imminente autodistruzione. Costruita la sintesi di un programma comune che chiederebbe alcuni mesi di lavoro tutti coloro che formalmente la sottoscrivono avrebbero titolo, se necessario, a scegliere nelle primarie, o in altre forme meno divisive, un ristretto gruppo di garanti del programma  comune e fra questi, se necessario, un leader responsabile dell’alleanza.

Andrebbe valutata la possibilità sul piano delle regole elettorali che il programma e la coalizione possano liberamente formarsi anche dopo e non solo prima del voto. Si tratta di proporre a decine di milioni di persone una svolta storica, indicativa forse anche per altri paesi dell’occidente messi male come noi.   

Fra i tanti, con qualche presunzione indico alcuni  temi e alcuni punti di vista che mi sembrano le fondamenta decisive per avviare il percorso.

1)             Astensionismo: chiarire le cause e i rimedi  - Dell’ astensionismo se ne parla giusto per qualche giorno dopo il voto ma neanche si fanno i conti giusti. Ho preso l’abitudine di misurarlo facendo i conti al contrario: quanti sono i votanti reali di quelli che sono stati eletti ? Sottraggo quindi dal totale gli astenuti rimasti a casa, i superastenuti che sono andati al seggio mettendo scheda bianca o nulla ( singolare che vengano considerati votanti). Infine quelli che hanno votato liste che, in gran parte prevedibilmente dato il sistema vigente, non hanno eletto nessuno. Questi ultimi, voti a perdere, sono sorprendentemente tanti: sono stati 3,3 milioni alle politiche del 2022, 2,6 mil.  alle europee del 2024,  nelle ultime sette Regioni rinnovate 515mila.

Ricordo che  tutti i risultati sono sempre influenzati dai sistemi elettorali con cui si ha a che fare. Le politiche del 2022 non le ha vinte il destra-centro che rappresenta  meno del 24% degli elettori ma il rosatellum, l’ennesima truffa maggioritaria in particolare per la parte di collegi uninominali (in assenza di proposte parte della opposizione è in tale stato di pericolosa confusione che li vorrebbe mantenere). Se si fosse votato con le regole del proporzionale solo corrette con la soglia di sbarramento del 5% probabilmente governerebbe oggi l’attuale opposizione. Sono almeno una decina le varianti maggioritarie in uso nel nostro paese anche se incomprensibili ai più. Tutte orientate a correttivi antiproporzionali e a stimolare un forzato bipolarismo in un paese che per fortuna non lo è per niente. Di fatto si annullano e si capovolgono di segno  alcuni milioni di voti (in genere 2-3 ). Fa eccezione il voto per le Europee le cui regole di base (proporzionale con soglia al 4% in 5 grandi collegi), guarda caso, non sono nostre.

Come esempio per farmi capire  indico i risultati che ho calcolato sull’insieme delle sette Regioni che sono andate al voto nell’arco di 4 mesi a fine 2025, incredibilmente in tre diversi appuntamenti. Sono poco  conosciuti e  sorprendenti. L’elettorato coinvolto era pari a 19,2 milioni di votanti, più di un terzo dei 51 mil totali del paese: di questi  10,3 mil. si sono astenuti, 229 mila hanno votato bianca o nulla, 515 mila hanno votato un candidato presidente le cui liste (una o più ) non hanno eletto nessuno. I voti dati a candidati Presidenti che hanno ottenuto qualche seggio sono stati 8,1 mil. cioè il 42,2%. Quindi quasi 58 elettori su 100 non hanno votato nessun candidato Presidente significativo ( praticamente l’unica figura messa davvero in risalto durante la campagna elettorale).  Delle 101 liste presentate nelle 7 Regioni 37 non hanno eletto nessuno. Le 64 liste che hanno avuto eletti sono  state votate da 5,1 mil di elettori pari al 26,8 %. Quindi  più di 73 elettori su 100 non hanno votato nessuna delle  liste che hanno avuto eletti ( ho rifatto i conti due volte perché non ci credevo). I circa 320 consiglieri regionali eletti quindi tutti insieme hanno avuto il voto di meno di 27 elettori su 100.

Sono dati che peggiorano  quelli delle elezioni politiche del 2022 con  24,6 mil di voti efficaci su 51 (48%)  e ben 3.3 mil che hanno votato liste a perdere oltre a 1,4 mil di bianche e nulle e 22,6 mil di astenuti ufficiali. Peggio alle europee del 2024 con 20,7 mil di voti ottenuti dalle  sei liste che hanno avuto eletti ( 40,3 %) e la dispersione di 2,6 mil di voti ( Azione, +Europa, Rifondazione e altri, Sud chiama Nord e altri minori.. ) .  

Il referendum, con 28,3 mil di votanti, circa 3,5 in più delle politiche del 2022 e circa 5,5 in più delle europee del 2024 ha visto ancora una consistente astensione di 23,1 mil. di elettori ( 45 elettori  su 100). E’ evidente che i votanti del referendum comunque non coincidono affatto con quelli che fino ad oggi sostengono il CDX e il CSX, specie per la consistente  presenza di giovani ( intendendo quelli sotto i 30 anni ) e di una parte degli astenuti abituali. Ricordo che in contemporanea al referendum si sono svolte in Veneto due elezioni supplettive per sostituire due Parlamentari. Il CDX ha stravinto come al solito in Veneto, con un astensionismo più alto rispetto al contemporaneo voto referendario.

Per contenere davvero l’astensionismo gli unici strumenti “procedurali” di un qualche peso sono due:

1) promuovere almeno l’apertura di un Seggio polivalente in ogni provincia dove chiunque possa votare a distanza dalla propria residenza. Meglio con l’anticipo di un giorno e la confluenza online ad un seggio ministeriale specie per le elezioni politiche ed europee, ma soprattutto:

2) definire un vero Election Day, una unica data fissa all’anno ( ad esempio fra il 25 aprile e l’1 maggio)  per qualunque tipo di scadenza elettorale locale, nazionale o referendaria. Inizialmente con cadenza annuale e successivamente con cadenza biennale compatibile con le elezioni europee.  Anche se del tutto comprensibili hanno scarso peso le proteste di qualche fuorisede che chiede di poter votare nella città in cui risiede come ha fatto la studentessa  Veronica a Roma davanti al Ministero. Alle ultime europee con un decreto, in parte svuotato dal governo, hanno votato fuori sede meno di 70mila studenti. In realtà oltre ai circa 5,5 mil di residenti stabili all’estero ( di cui vota oggi 1 su 4) i fuori sede provvisori (studenti e lavoratori) sono quasi 5 milioni.

L’ astensionismo totale è ormai stabilmente sopra ai 25 dei 50 milioni di elettori. Guarda caso tende a diminuire solo in presenza di appuntamenti aggregati come avvenuto nel settembre 2020 con il referendum sulla riduzione dei parlamentari promosso insieme a varie scadenze amministrative. L’istituzione di un vero Election Day ( si vota quindi solo ogni due anni raggruppando insieme qualunque tipo di voto e sempre nello stesso giorno dell’anno ) è quindi una battaglia di rilievo primario per la democrazia e la partecipazione che cambierebbe totalmente l’Italia. Resta il rilevante astensionismo “militante” di elettori che al momento per protesta hanno abbandonato delusi  i partiti di riferimento che non avrebbero mantenuto gli impegni presi. Valuto che siano almeno 5 milioni (specie nell’area di sinistra ma soprattutto nell’area più radicale e delusa del vecchio  M5Stelle).

2)             Riconquistare la democrazia partecipata del  proporzionale e smontare la truffa maggioritaria - E’ singolare che a destra ( ma anche a sinistra ) sia circolata l’idea di copiare il disastroso  sistema di voto delle Regionali anche per le Politiche. Alcuni hanno aggiunto il  francesismo, chissà perché, del doppio turno. Idee farlocche a cui si è ispirata però  la proposta golpista del CDX, immagino con il contributo del solito guastatore Calderoli : indicazione prevoto del Presidente del Consiglio di coalizione  seppure fuori scheda (un modo surrettizio per abituare gli elettori quasi inconsapevoli al presidenzialismo, visto che il progetto del Premierato sembra ormai sfumato entro il 2027 ), premio del 55% dei seggi alla lista  più alta sopra il 40% o altrimenti un secondo  turno a due come per le Comunali. La proposta viene definita “ proporzionale con premio” che ovviamente non esiste, un invenzione per gli allocchi perché se c’è un premio non c’è proporzionale ma la solita truffa maggioritaria con cui si annullano parte dei voti.

In nome di una finta stabilità si ripescano nefaste regole presenti in mezza Europa dal cui fallimento emerge invece l’instabilità ( vedi Francia e Gran Bretagna come esempi) e la mancanza di credibilità di molti  leader e partiti.   Fallimento che per il momento contribuisce al lievitare di movimenti di destra estrema. Insomma: si fa un inconfessabile lavoro di cesello per contenere la partecipazione al voto e torcerne la proporzionalità. Il gioco è che in pratica con il 20-25% di votanti effettivi si può prendere tutto, compresa l’elezione del Presidente della Repubblica. Di fatto è in corso da tempo in vari paesi dell’Occidente la fuoriuscita dai regimi democratici e costituzionali degli ultimi 80 anni.

La  costrizione a logiche bipolari, sempre accarezzata anche a sinistra, degenera nell’abbandono dei sistemi proporzionali, restringe la partecipazione, porta all’autoritarismo con il prevalere di sistemi personalistici e dittatoriali.

Mi sono convinto da tempo che l’unica utile e accettabile correzione ai sistemi elettorali che devono essere  totalmente ed esclusivamente  proporzionali sia il limite necessario di una soglia di sbarramento consistente (non meno del 5% ). E’ un limite, praticato da tempo in Germania, che impedisce una inaccettabile frammentazione, spinge, questo sì, alla formazione di aggregazioni stabili e rappresentative e quindi alla stabilità del sistema ed al rispetto della rappresentatività dei seggi ottenuti. Anche qui si fa grande confusione parlando impropriamente di “proporzionale puro” ( che è invece quello senza quorum o con quorum minimo ). Solo una soglia ad almeno il 5%  cambia lo scenario e garantisce stabilità. Rende ininfluenti le dilaganti liste finte, inventate  o improvvisate, usate come gregari acchiappa voti da partiti consunti e  spinge ad aggregazioni stabili. Che le  regole del sistema proporzionale tedesco o delle elezioni europee favoriscano vera stabilità ne  è l’ennesima conferma l’ordinata evoluzione del voto recente  in vari Lander tedeschi e negli stessi giorni  il contrasto con il pasticcio e la confusione che uno strampalato sistema maggioritario a due turni  sta  producendo nelle amministrative a Parigi e in Francia.

In Italia il quorum prevalente nelle Regioni e Comuni, è del 3%. Anche alla Camera se  una coalizione raggiunge il 10% le liste sotto il 3% non hanno eletti ma dall’1% il voto viene conteggiato nella coalizione. L’ambiguità della  soglia bassa  è difficilmente percepita dai comuni elettori. Piace ai grandi partiti che reclutano gregari ma anche ai piccolissimi che vivacchiano aspirando al “ proporzionale puro “ o ad una poltroncina in seconda fila dai vincenti. Il quorum basso scoraggia il formarsi di nuove forze stabili. Accompagnato dalla possibilità delle preferenze apre il varco nelle coalizioni  a gruppi clientelari organizzati e facilita le infiltrazioni mafiose nelle liste a tutti i livelli, dalle amministrative alle politiche. Per questo ritengo che gli aspetti negativi della introduzione delle preferenze siano prevalenti su quelli positivi e che un buon compromesso possa essere di bloccare i primi due candidati come diritto-dovere del partito a indicare i propri leader locali e lasciare due preferenze libere per gli altri eventuali eletti della lista.

3)             Le alleanze si fanno su un programma comune, ascoltando i movimenti sociali e poi rispettando gli impegni.

La costruzione  di una alleanza politica  non può essere prodotta dalle contorsioni a cui costringe una regola elettorale malsana ne dalla presunta convenienza personale di gruppi ristretti di eletti o di aspiranti all’elezione. Le coalizioni prima del voto, tanto più quando sono spinte dall’aspirazione a vincere il premio dei posti più che dall’ impegno ad attuare un programma comune senza conoscere il mandato che gli elettori daranno ad ognuno dei protagonisti, sono un degenerazione che viene da lontano ( la metà degli anni ’90 ). Sembra ormai “ una scelta naturale”, ma non lo è affatto.

Il paese più grande e rilevante dell’Europa, la Germania, insieme al proporzionale limitato da  una soglia di sbarramento ragionevole, vede la costruzione della coalizione e del programma di governo dopo il voto ( a tutti i livelli, dalle Legislative ai Lander, ai Comuni ) attraverso accordi ben definiti, a volte dopo varie settimane di confronto fra i protagonisti e poi approvati dai sostenitori. Ed è il paese del mondo con la minore frammentazione e la maggiore stabilità.

Insomma quello che da 30 anni ci raccontano sulla stabilità ( a destra e spesso a sinistra ) sono solo balle.

Va chiarito che neppure un movimento politico che ambisce a costruire una alternativa ha il ruolo di rappresentare le ragioni di un gruppo sociale ristretto, ad esempio quello dei più precari o diseredati,  o quello a difesa  dei migranti che a tutti i costi cercano un approdo migliore, oppure  una causa nobile come quella della tutela ambientale minacciata dalla  crisi climatica. Tanto meno di rappresentare solo una élite economica o qualche ristretto centro di potere dietro le quinte della scena.   Dal mio punto di vista la costruzione di una alleanza politica ha l’obiettivo di conquistare una larga convergenza e un largo consenso nell’intera società nella quale però si tutelino le ragioni dei più precari, la convivenza e l’integrazione dei migranti avvenga tutelando sicurezza e reciproca tolleranza, la necessaria conversione ambientale ed energetica abbia un peso adeguato nelle scelte generali dei protagonisti costruttori della alleanza perché riguarda i destini delle generazioni future. Il compito dell’alleanza è quello di riunire e rappresentare diversi gruppi sociali, generazioni e culture diverse, in una comune convivenza garantendo libertà, tolleranza etnica e religiosa, tutela ambientale e giustizia sociale. Se questo impegno nei suoi aspetti concreti di programma comune  si conferma e produce  un largo consenso l’alleanza vale la pena di essere tentata, anche prima del voto, altrimenti no.

Un comitato od una associazione di scopo può promuovere l’obiettivo della decarbonizzazione, tutelare la sopravvivenza dei palestinesi, garantire la vocazione alla pace come bene supremo. Non necessariamente i protagonisti devono o possono farsi carico del percorso, degli strumenti, dei tempi, delle risorse e dei costi per attuare questi obiettivi e farlo garantendosi il consenso e il sostegno di larga parte della società.

Sono i partiti e i movimenti politici, specie quelli che aspirano al cambiamento, che dovrebbero servire a questo. I cittadini devono aver chiaro quali sono gli obiettivi, comprendere come funzionano i sistemi elettorali, possibilmente uguali ad ogni livello  perché oggi il 99% degli italiani almeno non è in grado di capire la conseguenza di ogni variante. E pretendere che gli impegni presi vengano, per quanto possibile, mantenuti.