di Mario Di Vito *
Falsa partenza La Cassazione ammette il nuovo quesito proposto dai 15 cittadini promotori della raccolta popolare delle firme
LA CASSAZIONE ha ritenuto che l’ordinanza di novembre dell’ufficio centrale (quella relativa al quesito del parlamentari) non ha consumato il potere di altri soggetti di richiedere in autonomia un referendum. Il motivo è molto semplice, in realtà: non esistono disposizioni di rango costituzionale né di legge ordinaria su cui fondare un limite che sarebbe soltanto un ostacolo all’esercizio dei propri diritti (stabiliti dall’articolo 138 della Carta) da parte, ad esempio, di 500.000 cittadini che presentano le loro firme. Tutto ciò, ad ogni buon conto, non contrasta con quanto stabilito sempre dall’Ufficio centrale lo scorso novembre, da considerare come giudicato «rebus sic stantibus»: l’ammissione era legittima, ma è stata superata. E dunque, con la riformulazione del quesito dovrà ripartire l’intero iter. Il consiglio dei ministri dovrà produrre una nuova delibera e il capo dello stato un nuovo decreto.
LA DIFFERENZA tra il quesito del comitato dei 15 e quello dei parlamentari consiste nel fatto che, in quello ammesso ieri, sono indicati esplicitamente i sette articoli della Costituzione che cambieranno in caso di vittoria del Sì. Un particolare non irrilevante nonché, peraltro, obbligatorio secondo la legge che regola le consultazioni referendarie, la 352 del 1970. Per la Cassazione questa precisazione serve a rendere la partecipazione al referendum più consapevole.
È COSÌ CHE LA PALLA ORA TORNA nelle mani del governo. La questione, proprio perché priva di precedenti, è assai complicata: riconvocare un consiglio dei ministri e fissare una nuova data vorrebbe dire necessariamente far slittare in avanti la data del voto. Servono almeno 50 giorni e non più di 70.
Se i ministri, per improbabile ipotesi, dovessero essere convocati oggi a palazzo Chigi, la prima finestra aperta sarebbe domenica 29 e lunedì 30 marzo. Da tenere presente che la settimana successiva è Pasqua, dunque l’ipotesi meno inverosimile potrebbe essere il 12 e il 13 o il 19 e il 20 aprile, dando per scontato che il governo farà di tutto per non andare alle urne il 26, sull’onda della festa della Liberazione.
CI SAREBBE, FORSE, un’altra possibilità per Meloni: correggere in consiglio dei ministri il quesito deciso a dicembre e lasciare intatta la data. Ma a questo punto il Comitato dei 15, asceso al rango di potere dello stato in quanto riconosciuto «promotore» dalla Cassazione, avanzerebbe di certo un conflitto d’attribuzione davanti alla Corte costituzionale per poter sfruttare tutti i termini previsti dalla legge e dalla Costituzione.
NON È DA ESCLUDERE una soluzione spuria: l’ufficio centrale della Cassazione potrebbe convocare tutti i comitati promotori – quelli dei parlamentari e quello dei 15 – per proporre una mediazione. Il problema, però, è che in questo caso il quesito proposto dai parlamentari (senza riferimento agli articoli della Costituzione) era sbagliato, e tale resta anche se a novembre aveva passato il vaglio del Palazzaccio. Quella che si andrà a votare, infatti, è una legge «di revisione costituzionale» e dunque, a differenza delle «leggi costituzionali», vige l’obbligo di indicare con precisione gli articoli che cambieranno.
UN BEL REBUS, assolutamente inatteso per il governo e per la maggioranza, che credevano di aver chiuso la partita la settimana scorsa, quando il Tar del Lazio aveva bocciato la richiesta del comitato dei 15 di spostare in avanti la data del referendum, visto che era stata fissata prima della scadenza dei tre mesi dall’ok della Cassazione, così come sarebbe previsto dalla legge. I giudici amministrativi avevano dato ragione all’esecutivo, apprezzando però diverse parti del ricorso firmato dagli avvocati Pietro Adami e Carlo Contaldi La Grotteria.
UNA VITTORIA CLAMOROSA per i giuristi guidati dal portavoce Carlo Guglielmi, che avevano lavorato al quesito e che, poco prima di Natale (e molto prima che le maggiori organizzazioni che ora sostengono il No si muovessero per dare una mano), sono andati in Cassazione muniti del loro certificato elettorale per chiedere di poter raccogliere le firme per il referendum costituzionale.
* da il manifesto – 7 febbraio 2026
