10 gennaio 2021

USA: I nodi e il pettine

(da: newsletter sugli Stati Uniti a cura di Alessio Marchionna  su Internazionale )

Il 6 gennaio, mentre venivano diffuse le prime immagini dei sostenitori di Donald Trump che prendevano d’assalto il congresso degli Stati Uniti, Van Jones, commentatore della Cnn, faceva una domanda a se stesso e al paese: stiamo assistendo alla fine di qualcosa o all’inizio di qualcosa? Quelle violenze erano l’ultimo colpo di coda di un presidente sconfitto e rinnegato o le prime schermaglie di una guerra civile? Nei prossimi mesi il dibattito politico negli Stati Uniti ruoterà intorno a questa domanda, e dovrebbe portare la società a guardarsi allo specchio e ad affrontare questioni ignorate per decenni sul senso della democrazia e su chi merita di essere rappresentato.

È un dibattito che incontrerà molta resistenza, e i primi segnali non sono incoraggianti. Molti politici – di entrambi gli schieramenti – hanno commentato i fatti del 6 gennaio 2021 con una frase che, fin dagli albori della repubblica, spunta fuori ogni volta che bisogna spiegare eventi apparentemente inspiegabili: “Questa non è la vera America”. È preoccupante e vergognoso che a dirlo siano i repubblicani. Perché negli ultimi quattro anni hanno fomentato i peggiori istinti di Donald Trump barattando la democrazia con provvedimenti – giudici conservatori nei tribunali e tagli alle tasse per i ricchi – che alla luce degli ultimi fatti diventano secondari. Ma anche perché Trump non è venuto fuori dal nulla. Come ha scritto la giornalista Sarah Jones, si può facilmente tracciare una linea che parte dalla sua amministrazione e va a ritroso fino alle radici del movimento conservatore moderno. “A partire dagli anni sessanta, consulenti politici come Roger Stone e Lee Atwater hanno mostrato ai presidenti repubblicani – Richard Nixon, Ronald Reagan e i due Bush – come vincere le elezioni sfruttando gli istinti più spregevoli dell’elettorato”. Da decenni i conservatori americani si oppongono a qualsiasi tentativo di estendere i diritti ai gruppi emarginati, per le stesse ragioni che hanno portato Trump alla presidenza e hanno causato l’assalto al congresso: la paura che il paese finisca in mano alle persone sbagliate, e l’idea che il potere sia legittimo solo se sono loro a esercitarlo (“vogliamo indietro il nostro paese”, ha detto uno dei insorti a un giornalista).

Tutto questo spiega perché i repubblicani non possono semplicemente prendere le distanze da Trump e voltare pagina. Come ha scritto Peter Wehner sull’Atlantic, hanno creato un mostro che ora non possono più controllare; anzi, rischiano di esserne dominati. Il 7 gennaio 2021 YouGov ha rivelato che il 45 per cento degli elettori repubblicani approva l’assalto al congresso, e il 52 per cento pensa che la responsabilità sia almeno in parte del futuro presidente Joe Biden. Trump e la sua famiglia usciranno dalla Casa Bianca coperti di ridicolo, ma con in dote un consenso importante che useranno per colpire i “traditori”, sostenere gli amici e condizionare a lungo la politica nazionale.

Quanto a Biden, quale sarà il suo margine di manovra? Come si governa un paese dove la violenza politica può scoppiare in qualsiasi momento? Anche lui, poco dopo l’assalto al congresso, ha detto che “quello che stiamo vedendo non riflette la vera America”. Ha aggiunto che “non c’è niente che non possiamo fare se lo facciamo insieme”. Alcuni settori del mondo progressista temono che Biden si preoccuperà di placare i conservatori più che di attuare un audace programma di riforme su disuguaglianze e giustizia razziale. Secondo l’Economist, invece, gli eventi del 6 gennaio – la violenza a Washington e le vittorie dei candidati democratici nei ballottaggi per il senato in Georgia – rappresentano un’opportunità: per la prima volta dal 2010 i democratici controlleranno entrambi i rami del congresso con i repubblicani in una posizione di debolezza. Biden potrebbe sfruttare questa situazione per cambiare il corso della politica statunitense.    (10 gennaio 2021
)

 

Nessun commento:

Posta un commento