21 gennaio 2025

USA-Cina: Esploratori coraggiosi

La newsletter di Internazionale sull’Asia e il Pacifico a cura di Junko Terao *

Nella manciata di ore in cui il destino di TikTok  -  170 milioni di utenti solo negli Stati Uniti, di cui sette milioni a scopo commerciale - sembrava segnato, e l’azienda proprietaria, la cinese ByteDance, costretta a chiudere le attività statunitensi, è successo una specie di miracolo, qualcosa certamente d’irripetibile. Nell’ultima settimana si è parlato molto della vicenda che ha al centro il social network preferito dai giovanissimi ma sempre più popolare anche tra gli adulti, anche perché le sue sorti si sono intrecciate con la seconda presidenza di Donald Trump alla vigilia del suo insediamento alla Casa Bianca. Ecco un breve riassunto: il 19 gennaio è entrata in vigore la legge pensata espressamente per mettere al bando TikTok, e approvata dal congresso americano lo scorso aprile, che vieta nel paese le app controllate da “avversari stranieri”. La preoccupazione, bipartisan, riguardava i dati di milioni di cittadini statunitensi nelle mani della ByteDance, e quindi del Partito comunista cinese (Pcc). Il problema delle aziende cinesi, in generale, è che non possono dirsi completamente slegate dalla leadership di Pechino, e questo rende in particolare le aziende tecnologiche poco raccomandabili in fatto di sicurezza.

 La legge, che è entrata in vigore ieri, imponeva alla ByteDance di vendere TikTok a un acquirente statunitense o di cessare l’attività nel paese. L’azienda cinese aveva fatto appello contro la legge alla corte suprema, sostenendo che violava il primo emendamento della costituzione statunitense che protegge la libertà d’espressione. Due giorni prima dello scadere dell’ultimatum la corte ha confermato la costituzionalità della legge e nella serata di sabato la Byte Dance ha bloccato il social network. Il black out è durato poche ore perché “grazie all’intervento di Donald Trump”, come si leggeva nel messaggio comparso agli utenti di TikTok, l’azienda si è aggiudicata più tempo per trovare un acquirente. Il nuovo presidente statunitense di recente aveva già espresso l’intenzione di salvare il social network – che sarà anche una minaccia per la sicurezza nazionale, ma durante la campagna elettorale gli ha fatto molto comodo, senza contare che la prospettiva di restituire l’app del cuore a un bacino di 170 milioni di potenziali orfani era ghiotta – e ieri ha promesso di estendere di novanta giorni con un ordine esecutivo il limite entro cui l’azienda proprietaria dovrà vendere.

Nel frattempo gli utenti allarmati hanno cominciato a cercare un’alternativa e, in barba ai timori per la sicurezza, l’hanno trovata, un po’ per protesta, in un’altra app cinese. Autodefinendosi “rifugiati di TikTok”, nel giro di un paio di giorni più di 700mila statunitensi si sono presentati su Xiaohongshu (letteralmente “libretto rosso”), un mix tra Instagram e Pinterest dove soprattutto giovani donne cinesi si scambiano consigli su viaggi, shopping e lifestyle in generale. All’estero è nota come RedNote ma, al contrario di TikTok che ha una sua versione cinese, non è pensata per un pubblico internazionale. In un paio di giorni Xiaohongshu è arrivata in cima alla classifica delle app gratuite scaricate dagli store di Apple e Google non solo negli Stati Uniti ma anche in alcuni paesi europei, tra cui l’Italia.

Questo esodo ha creato “un insolito spazio di scambio tra utenti cinesi e americani”, come spiega Rest of World. “Negli ultimi giorni si sono scambiati meme sui gatti, hanno condiviso foto delle rispettive città di origine e hanno affrontato argomenti spinosi come il razzismo, i diritti dei transgender e Luigi Mangione”. La giornalista del New York Times Li Yuan ha passato ore a leggere le interazioni tra i due mondi, rese possibili dalle app di traduzione automatica, che hanno registrato un’impennata di utenti giornalieri. I nuovi arrivati su RedNote “hanno pagato la ‘cat tax’, postando foto e video di gatti. Hanno risposto a tante domande dei loro nuovi amici cinesi: ‘È vero che nell'America rurale ogni famiglia ha una grande fattoria, una casa enorme, almeno tre figli e diversi cani di grossa taglia? Che gli americani devono fare due lavori per mantenersi? Che gli americani sono pessimi in geografia e molti credono che l'Africa sia un paese? Che la maggior parte degli americani ha due giorni liberi a settimana?’. Le domande sono arrivate anche dagli americani: “Ho sentito dire che ogni cinese ha un panda gigante”, ha scritto uno. “Puoi dirmi come posso averlo?”. La risposta è arrivata da una persona della provincia orientale del Jiangsu: “Credimi, è vero”, ha risposto postando la foto di un panda che fa il bucato.

Anna Ge, commentatrice della Cgtn, canale all news della tv di stato cinese in inglese, scrive su The Diplomat che “questa migrazione digitale ha rivelato qualcosa di profondo sulla relazione tra i comuni cittadini di Stati Uniti e Cina: una tenace curiosità e delle buone intenzioni che vanno oltre le divisioni politiche. In un momento in cui i rapporti ufficiali tra i due paesi sono tesi, RedNote è diventato un inatteso ponte per uno scambio culturale tra la gente comune, dimostrando che il desideri di un contatto rimane forte”. Anche il Global Times, quotidiano in inglese legato al Pcc, ha dedicato spazio al fenomeno, comprensibilmente: “Alcuni utenti hanno pubblicato video tutorial in inglese su come navigare nell’app, dominata dal cinese moderno, superando le barriere linguistiche. Tra i suggerimenti, come attivare i sottotitoli in cinese-inglese e come usare la funzione di traduzione dell'app. Sotto i post dei nuovi arrivati ci sono messaggi di benvenuto e consigli su come usare l’app. “I principi fondamentali della comunicazione sono l’apertura e l’inclusione”, dice al quotidiano un’utente di nome Liu. “Speriamo anche che portino le loro prospettive sulla Cina, dandoci l’opportunità di una comunicazione equa”. Questa ospitalità, spiega su The Conversation Jian Xu, docente di comunicazione alla Deakin University, in Australia, “è riassunta da un commento di un utente cinese diventato popolare: ‘Agli amici che arrivano da TikTok voglio dire che non siete rifugiati, ma coraggiosi esploratori’. La nuova migrazione verso RedNote ha anche accresciuto l’orgoglio nazionale degli internauti cinesi, che parlano della migrazione come di un ‘movimento di risveglio occidentale’, che permette ai cittadini statunitensi di aprire gli occhi per vedere il mondo al di fuori del centro dell’occidente”.

Questo piccolo fenomeno, che molto probabilmente è destinato a esaurirsi presto visto che da domenica TikTok è di nuovo attiva negli Stati Uniti, fa gioco a Pechino e all’idea di “diplomazia tra i popoli” promossa dal Pcc e riassunta in questa dichiarazione fatta nel luglio del 2024 dal presidente Xi Jinping e riportata da Jian: “La speranza delle relazioni tra Cina e Stati Uniti risiede nel popolo, le sue fondamenta sono nelle due società, il suo futuro dipende dai giovani e la sua vitalità deriva dagli scambi a livello subnazionale”.

nella foto: Un influencer filma un video a Times Square, a New York, per il suo nuovo account su Xiaohongshu dopo aver abbandonato TikTok, 16 gennaio 2025 (Brendan McDermid/Reuters/Contrasto)

* da Internazionale 20 gennaio 2025

10 gennaio 2025

Iran: Le donne curde a Evin pagano il prezzo più alto

 «Donne, vita, libertà» contro la repressione. Moradi, Azizi e Jalalian, dopo confessioni estorte, sono state condannate a morte

di Ester Nemo *

Dalle proteste del 2022 in seguito all’omicidio di Masha Amini da parte della polizia morale iraniana la popolazione carceraria nel braccio femminile della prigione di Evin è in aumento costante. Impossibile ottenere dati specifici su quante donne siano al momento detenute nel carcere dove la giornalista italiana Cecilia Sala è rinchiusa dal 19 dicembre, ma è certo che la risposta della repressione iraniana alle enormi manifestazioni di piazza condotte al grido in lingua curda di «Jin, jiyan, azadi» («Donna, vita, libertà») è stata procedere con numerosi arresti esemplari per scoraggiare un movimento rivoluzionario femminile partito dal Kurdistan in grado di aggregare in Iran decine di migliaia di donne.

Le attiviste curde in questo contesto soffrono di una somma di discriminazioni letale: sono donne, sono politicamente e socialmente attive e appartengono a una minoranza etnica che, assieme a quella del Balocistan, è tra le più represse del panorama iraniano. Sono tra le donne con più difficoltà ad avere accesso all’istruzione e a vedere i propri diritti fondamentali rispettati sia in libertà sia, soprattutto, nelle istituzioni carcerarie come quella di Evin.

Un dossier recentemente stilato dall’Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia (la onlus Uiki) fa luce sulla storia e sulle condizioni carcerarie di tre tra le tante donne curde attualmente rinchiuse nella prigione di Evin: Verishe Moradi, attivista arrestata nel 2023; Pakshan Azizi, assistente sociale e femminista arrestata nell’agosto del 2023; e Zeinab Jalalian, attivista arrestata nel 2008. Tutte e tre sono state condannate alla pena di morte.

L’iter giudiziario di Moradi, Azizi e Jalalian segue un copione comune a centinaia di donne arrestate dalle autorità iraniane: accuse gravissime – «diffusione di propaganda» o «ribellione contro il governo» – formulate senza prove, niente accesso tempestivo a legali, confessioni fasulle estorte con torture fisiche o psicologiche.

Il caso di Moradi è emblematico: arrestata nell’agosto del 2023, ha potuto incontrare il proprio avvocato solo al termine della fase di interrogatorio in cui, secondo quanto riporta Uiki, è stata costretta a rilasciare una confessione scritta sotto minaccia e pressioni psicologiche. Confessione poi usata contro di lei in tribunale.
Secondo il Kurdistan human rights network (Khrn), poco dopo l’arresto Moradi è stata portata nel carcere di Evin, dove per cinque mesi è stata rinchiusa in una cella in isolamento. Dal maggio del 2024, sempre secondo Khrn, le autorità carcerarie non le permettono alcuna visita di amici o familiari.

Nel novembre del 2024 il Tribunale rivoluzionario di Teheran l’ha condannata a morte nonostante Moradi abbia più volte dichiarato che le accuse contro di lei erano infondate e che la sua confessione era stata estorta sotto costrizione.

La sua condanna ha portato a numerose proteste e scioperi della fame sia in Iran sia all’estero e ha spinto numerose organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty international, a chiederne immediatamente la revoca.

nella foto: Una donna nel carcere di Evin     * da il manifesto – 31 dicembre 2024

                                                               *

Iran : Confermata la condanna a morte per l’attivista curda Pakhshan Azizi

Continua la repressione della dissidenza nella Repubblica islamica. Pena capitale ad Azizi confermata dalla Corte suprema mentre Cecilia Sala veniva liberata

di Francesca Luci *

La cella, la piccola finestrina in alto, il raggio di luce, l’insonnia, l’auto-rimprovero e quel martellio del pensiero, diventeranno un ricordo nella memoria di Cecilia Sala. Il carcere di Evin rimarrà là, imponente, con i suoi abitanti, con le loro storie e dolori, con centinaia di intellettuali, scrittori, giornalisti, artisti e attivisti colpevoli delle loro idee, col grigio del carcere che tenta di sbiadirne i colori. Per loro il dramma si consuma anche dopo la liberazione: rinunciare o rischiare di tornarci. Chi abbandona il paese salva la voce ma porta con sé la ferita del taglio delle radici, che non si rimarginano mai.
I molti attivisti e giornalisti iraniani gioiscono insieme all’Italia per la liberazione di Cecilia Sala, ma sanno che la strada per l’affermazione della libertà di parola e di opinione nel loro paese è lunghissima e piena di insidie. Scrivere sull’Iran e sulla Repubblica islamica non è mai stato facile, né per chi risiede nel paese né per chi non si accontenta di rimanere dietro la sua scrivania e osservare il paese da lontano. Per fortuna, nonostante tutto, nel panorama dell’informazione e dell’arte iraniana palpitano numerosi talenti che fanno salti mortali per conservare la loro integrità morale, essere critici e onesti senza cadere nella rete della censura del sistema.

Ma alcuni rischiano di non tornare più. Quando Cecilia Sala lasciava il carcere di Evin dopo 21 giorni di prigionia, arrivava la notizia che la Corte suprema aveva confermato la condanna a morte di Pakhshan Azizi, attivista per i diritti delle donne e assistente sociale. Azizi era stata condannata dal Tribunale rivoluzionario di Teheran il 24 luglio con l’accusa di «ribellione armata contro lo Stato» e per il suo coinvolgimento in gruppi di opposizione al regime. L’accusa di appartenenza ai gruppi separatisti curdi o beluci è ripetutamente utilizzata dai tribunali iraniani per non provocare empatia tra la popolazione.
Azizi, nata a Mahabad, nell’Iran nord-occidentale, fu arrestata per la prima volta nel 2009 durante una manifestazione di protesta degli studenti curdi dell’Università di Teheran contro l’esecuzione di un prigioniero politico curdo. Dopo quattro mesi di detenzione fu rilasciata su cauzione. All’epoca era una studentessa di scienze sociali presso l’Università Allameh Tabatabai di Teheran. In precedenza aveva collaborato con associazioni non governative attive nel campo sociale e in quello delle problematiche relative alle donne.
Nel 2008 faceva parte di un gruppo che conduceva ricerche e studi sul tema della «circoncisione femminile». Insieme a un gruppo di attivisti per i diritti delle donne nel Kurdistan iracheno, e in collaborazione con alcune ong e il governo della regione del Kurdistan, raccoglie informazioni significative su questo tema. Si trasferì nel Kurdistan iracheno dopo aver completato gli studi e iniziò a collaborare con associazioni femminili coinvolte nelle attività sociali. Nell’autunno del 2014 si recò nel nord della Siria, nella città di Qamishli, per prestare aiuto nei campi dei rifugiati, assistendo donne e bambini traumatizzati.

Nell’estate del 2023, dopo circa dieci anni, tornò in Iran per incontrare la sua famiglia. La mattina del 5 agosto fu arrestata insieme al padre e a altri due membri della sua famiglia. Fu sottoposta a interrogatori presso l’intelligence detention center prima di essere trasferita al reparto 209 della prigione di Evin e successivamente al reparto femminile. In una sua lettera pubblicata dai media Kurdpa riferì che le avevano legato le mani dietro la schiena e le avevano puntato un’arma alla testa.
Nessuna delle obiezioni sollevate riguardo al suo caso ha ricevuto attenzione dalla Corte suprema, scrive l’avvocato dell’attivista Reisiian: «La Corte non ha preso in considerazione che le sue attività nel nord della Siria, nei campi dei rifugiati di Shengal e in altri campi dei rifugiati della guerra contro Isis, sono state azioni pacifiche, senza alcun aspetto politico, finalizzate ad aiutare le vittime degli attacchi di Isis», conclude l’avvocato.
Il premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, in congedo per malattia dal carcere di Evin, ha scritto sul suo account Instagram: «Con l’esecuzione di una “donna prigioniera politica” il regime vuole punire il movimento di Donna, Vita, Libertà. Gli iraniani, i sostenitori della libertà in tutto il mondo, le organizzazioni internazionali per i diritti umani e le Nazioni unite devono unirsi contro la politica delle esecuzioni. È nostro dovere non rimanere in silenzio».

nella foto: Pakhshan Azizi

* da il manifesto – 10 gennaio 2025

leggi anche: Il regime debole e la diplomazia degli ostaggi

6 gennaio 2025

Gli Usa leader nell’esportazione di Gnl ma solo grazie al fracking


di Luca Martinelli *

Tutto sui fossili - Importatori netti di gas liquido fino al 2015, gli Stati uniti hanno invertito il trend a discapito dell’ambiente. L’Italia sta investendo per diventare hub di transito e consumo.

 La chiusura del gasdotto tra Russia ed Europa attraverso l’Ucraina ha acceso un faro utile a cogliere come sta cambiando il mercato del gas: nel 2024, gli Usa hanno esportato ben 88,3 milioni di tonnellate metriche di gas naturale liquefatto (Gnl), in aumento del 4,5% rispetto al 2023. È un mercato in cui il Paese è leader e, con tutta probabilità, lo resterà dopo l’insediamento alla presidenza di Donald Trump, in programma il 20 gennaio: un governo negazionista, che sarebbe pronto a uscire nuovamente dall’Accordo di Parigi sul clima, non potrà che continuare a spingere sulle fonti fossili.

A dicembre 2024, tra l’altro, l’export Usa di Gnl ha raggiunto livelli quasi record, salendo a 8,5 milioni di tonnellate metriche, anche grazie all’avvio di due nuovi impianti. E poco importa se la letteratura scientifica certifichi che «l’impronta di gas serra» del Gnl come fonte di combustibile è del 33% superiore a quella del carbone, da sempre considerato come il più «sporco» tra i combustibili fossili. L’espansione del gas naturale liquefatto dipende anche dal sostegno delle banche, che continuano a pompare finanziamenti illimitati nel settore: fra il 2021 e il 2023, secondo il report «Frozen gas, boiling planet», a livello globale sono stati concessi al settore finanziamenti per 213 miliardi di dollari. Le banche italiane hanno fornito 6 miliardi di dollari, senza preoccuparsi che il trasporto di gas liquefatto (che arriva anche in Italia, a Piombino, a La Spezia, presto anche a Ravenna) aumenta il rischio di fuoriuscita di metano, cioè di un gas serra che è in media 80 volte più potente dell’anidride carbonica in un periodo di 20 anni.

L’espansione del Gnl avviene nonostante le proiezioni dell’Agenzia internazionale per l’Energia mostrino una sovracapacità del settore: a volerlo sono società petrolifere e del gas, come Eni, TotalEnergies e QatarEnergy, specialisti del Gnl come Venture Global e anche società di servizi, come Enel, che hanno in programma un’espansione massiccia delle loro attività, con 156 nuovi terminali entro il 2030. Secondo Justine Duclos-Gonda, attivista di Reclaim finance, «le compagnie petrolifere e del gas stanno scommettendo sui progetti di Gnl, ma ognuno dei loro progetti mette in pericolo il futuro dell’Accordo di Parigi. Le banche affermano di sostenere le compagnie petrolifere e del gas nella transizione, invece stanno investendo miliardi di dollari in future bombe climatiche. Il Gnl è un combustibile fossile e non ha alcun ruolo da svolgere in una transizione sostenibile. Le banche devono assumersi le loro responsabilità e smettere immediatamente di sostenere gli sviluppatori di Gnl e i loro terminali di esportazione».

Il rapporto accende un faro sugli Usa: nel maggio 2024, gli investitori statunitensi rappresentavano il 71% degli investimenti totali nell’espansione del gas liquefatto, con i fondi BlackRock, Vanguard e State Street in testa. Insieme questi tre soggetti (che raccolgono anche in Italia i risparmi di milioni di persone) sono responsabili del 24% di tutti gli investimenti nell’espansione del Gnl. Anche per questo, dei 156 nuovi terminali in corso di realizzazione o progettati da qui al 2030, destinati a collegare i mercati di produzione ed esportazione con quelli d’importazione (come il nostro), oltre il 50% della nuova capacità di export si concentra negli Usa, in Canada e in Messico.

Alcune ricerche universitarie, però, dimostrano che dal 2005 a oggi se gli Stati Uniti hanno a disposizione gas da esportare, ciò è dovuto principalmente all’aumento della produzione usando la tecnica del fracking, per ottenere quello che viene chiamato shale gas, gas di scisto: gli Usa, importatori netti di gas naturale dal 1985 al 2015, dal 2016 sono esportatori netti. Una leadership di mercato che ha un forte impatto ambientale, dato che il fracking (fratturazione idraulica) è molto oneroso in termini di emissioni. Eppure, ieri c’è stato chi ha voluto ricordare che anche l’Italia avrebbe dovuto sfruttare fino in fondo tutti i giacimenti di gas, anche quelli più delicati, anche usando tecniche come il fracking: «La nostra follia è stata scegliere di non usare il gas che potremmo estrarre nel nostro paese, e che col referendum del 2016 abbiamo deciso di non usare. Questo è il vero fallimento del sistema paese» ha affermato in un’intervista Davide Tabarelli, presidente Nomisma Energia.

nella foto: Rifle (Colorado, Usa), operazioni di fracking 

* da il manifesto - 4 Gennaio 2025